CLIVE BARKER
GIOCO DANNATO
(The Damnation Game, 1985)
A J.R.G.
RINGRAZIAMENTI
Desidero ringraziare Mary Roscoe, che ha lavorato senza sosta per battere a macchina questo manoscritto e che con le sue valide critiche mi ha aiutato nel corso del lavoro; grazie anche a David T. Cunningham, che ha battuto a macchina una serie di aggiunte successive. Fra i lettori il cui entusiasmo e la cui perspicacia sono stati per me inestimabili devo ringraziare Julie Blake, John Gregson e Vernon Conway. Sono inoltre grato a Douglas Bennett per aver organizzato un'indimenticabile visita alle prigioni e ad Alasdair Cameron per avermi commissionato due racconti che mi hanno consentito di mangiare durante la stesura del libro. infine - ma non per questo meno importante - grazie a Barbara Boote e a Nann du Sautoy della Sphere Books.
Non per questo immune, pur trattandoli come schiavi,
Dalla fortuna, dalla morte, dalla trasformazione.
Shelley, Prometeo liberato
PARTE PRIMA
TERRA INCOGNITA
« L'inferno è il luogo di tutti i rinnegati;
vi troveranno ciò che hanno piantato e seminato,
il Lago del Vuoto, e la Foresta del Niente,
e vagabonderanno senza meta, e non cesseranno mai
di rimpiangere la ricchezza.»
W.B. Yeats, La clessidra
1
C'era elettricità nell'aria quel giorno mentre il ladro attraversava la città, certo ormai che dopo tante settimane di frustrazione, la sera avrebbe finalmente localizzato il giocatore di carte. Non era un percorso facile. L'ottantacinque per cento di Varsavia era stato raso al suolo, sia dai lunghi bombardamenti che avevano preceduto la liberazione russa sia dal programma di demolizione che i nazisti avevano realizzato prima della resa. Alcuni settori erano praticamente chiusi al traffico. Montagne di macerie - concimate dai cadaveri e pronte a germogliare ai primi tepori primaverili - ostruivano le strade. Persino nei quartieri più agibili gli edifici un tempo tanto eleganti traballavano pericolosamente, con le fondamenta scricchiolanti.
Ma dopo quasi tre mesi di attività il ladro ormai si districava perfettamente nel deserto urbano. Anzi, godeva di quello splendore desolato: i contorni sfumati di lilla per la polvere che ancora si depositava dalla stratosfera, le piazze e i vialetti sinistramente silenziosi; girando per quelle strade, provava la sensazione che la fine del mondo sarebbe stata proprio così. Di giorno si potevano ancora vedere dei cartelli che sarebbero poi stati smantellati col tempo - grazie ai quali era difficile perdersi. Erano ancora riconoscibili gli impianti a gas vicino al ponte Poniatowski e lo zoo dall'altra parte del fiume; sul lato della Central Station faceva capolino la torre dell'orologio, che invece era stato distrutto da tempo; sopravvivevano questi e pochi altri segni dell'antica bellezza di Varsavia, la cui evidente precarietà era avvertita persino dal ladro.
Quella non era casa sua. Lui non aveva una casa, non ne aveva una da almeno una decina d'anni. Era un vagabondo e uno sciacallo, e da qualche tempo Varsavia gli offriva prede sufficienti a tenerlo sul posto. Presto, quando si fosse ripreso dalle peregrinazioni degli ultimi tempi, sarebbe arrivato il momento di andarsene. Nel frattempo, mentre sentiva le prime avvisaglie della primavera nell'aria, rimaneva a godersi la libertà della città.
Era sicuramente pericoloso, ma dove non lo sarebbe stato per un uomo con la sua professione? E gli anni di guerra avevano raffinato talmente il suo istinto di conservazione da fargli quasi paura. Si sentiva più al sicuro degli stessi abitanti di Varsavia, pochi sopravvissuti sconcertati dall'olocausto, che cominciavano a rientrare in città, alla ricerca delle proprie case, di qualche viso conosciuto. Arrancavano tra le macerie e sostavano agli angoli delle strade, intenti ad ascoltare il mormorio del fiume, e aspettavano che i russi li circondassero in nome di Karl Marx. Ogni giorno si costruivano nuove barricate. L'esercito, lentamente ma sistematicamente, impartiva ordini tra la confusione generale, suddividendo continuamente la città come avrebbe poi, col tempo, diviso la nazione. Ma il coprifuoco e i posti di controllo erano riusciti a far ben poco per fermare il ladro. Nella fodera del suo elegante cappotto teneva carte d'identità di ogni tipo -alcune falsificate, altre rubate - tutte adattabili a qualsiasi situazione. Nel caso non bastassero, interveniva con la sua arguzia od offrendo sigarette, di cui era sempre ben provvisto. Erano sufficienti - in quella città, in quel periodo - perché un uomo si sentisse padrone del creato.
E che creato! Non c'era alcun impedimento lì per cui ogni voglia, ogni desiderio o curiosità restassero insoddisfatti. I più profondi segreti del corpo e dello spirito erano accessibili a chiunque avesse voglia di scoprirli. Ci si scherzava sopra. Soltanto la settimana prima il ladro aveva sentito parlare di un ragazzo che si trastullava con il vecchio gioco dei bicchieri e la pallina (adesso c'è, adesso non c'è più) ma, con raccapricciante pazzia, il ragazzo aveva sostituito i bicchieri e la pallina con tre secchi e la testa di un bambino.
Poco male; il bambino era morto e i morti non soffrono. Comunque, la città offriva molti altri passatempi, piaceri che si servivano dei vivi come materia prima. Per chi poteva permetterselo e per chi ne aveva voglia, era iniziato un traffico di carne umana. L'esercito invasore, non più concentrato sulle battaglie, aveva riscoperto il sesso e ne approfittava senza ritegno. Mezza pagnotta bastava a pagare una rifugiata - alcune erano tanto giovani da non avere nemmeno seni formati - disposta a concedersi senza sosta nell'oscurità opprimente, per poi farsi zittire da una baionetta, una volta perso il proprio fascino. Omicidi casuali di questo tipo passavano inosservati in una città che aveva avuto decine di migliaia di morti. Per qualche settimana, nel passaggio da un regime all'altro, tutto era stato possibile: nessun reato perseguibile, niente tabù.
Nel quartiere di Zoliborz era stato aperto un bordello di soli ragazzi. in un salotto pieno di quadri scampati al disastro, si poteva scegliere fra pollastrelli da sei-sette anni in su, tutti immancabilmente scarni per via della scarsa alimentazione, ma perfettamente rispondenti ai desideri dei palati più raffinati. Era molto popolare tra gli ufficiali ma troppo costoso per la truppa, aveva sentito dire il ladro. Evidentemente il principio di Lenin per cui tutti gli uomini sono uguali non poteva essere esteso alla pederastia.
C'erano tipi di sport più accessibili a tutti e a basso costo. In quel periodo le lotte fra cani costituivano un'attrattiva particolarmente eccitante. Bestie senza casa tornate in città per strappare un pezzo di carne ai loro padroni venivano catturate, nutrite, ingrassate e messe a confronto in un combattimento mortale. Era uno spettacolo orrendo, ma il ladro continuava ad assistervi per amore delle scommesse. Una sera aveva vinto un bel gruzzolo puntando su un piccolo terrier furbissimo che era riuscito a far fuori un cane tre volte più grande di lui addentandogli i testicoli.
E se dopo un po' ci si stancava dei cani, dei ragazzi, delle donne si potevano comunque trovare altri divertimenti.
In un anfiteatro rudimentale, scavato nelle fondamenta dei Bastioni di Santa Maria, il ladro aveva assistito allo spettacolo di un attore che, da solo, recitava il Faust di Goethe. Nonostante il tedesco dei ladro fosse tutt'altro che perfetto, la scena lo aveva particolarmente impressionato. Conosceva la storia abbastanza bene da seguirne l'azione - il patto con Mefistofele, le discussioni, le congiure, e poi, all'approssimarsi della dannazione promessa, la disperazione e il terrore. Gran parte del testo era indecifrabile, ma l'interpretazione dell'attore di entrambi i ruoli - Tentato e Tentatore - era talmente impressionante che il ladro se n'era andato con lo stomaco in subbuglio.
Due giorni dopo era tornato per assistere nuovamente allo spettacolo o almeno per parlare con l'attore. Ma non ci sarebbe stato alcun bis. L'entusiasmo dell'interprete per Goethe era stato preso per propaganda nazista; il ladro lo aveva trovato appeso a un palo del telegrafo, senza più niente da dire. Era nudo. Aveva i piedi smozzicati e gli occhi beccati dagli uccelli; il torace trapassato dai proiettili. La vista tranquillizzò il ladro. Era la prova che le sensazioni scatenate dall'attore erano malvagie; se quello era lo stato a cui la sua arte lo aveva condotto, l'uomo doveva essere un mascalzone e un farabutto. Aveva la bocca aperta, ma gli uccelli gli avevano asportato la lingua, come già avevano fatto con gli occhi. Non era una gran perdita.
E poi c'erano divertimenti molti più gratificanti. Le donne, il ladro poteva prenderle o lasciarle, i ragazzi non facevano al caso suo, ma il gioco d'azzardo lo appassionava moltissimo, da sempre. E tornava regolarmente a scommettere le sue fortune su qualche cane bastardo. Oppure andava in qualche camerata a giocare a dadi o, in caso disperato, scommetteva con qualche sentinella annoiata sulla velocità con cui passavano le nuvole. Non si preoccupava né dei metodi né delle circostanze; gli interessava soltanto il rischio. Era stato il suo unico vero vizio fin dall'adolescenza; era stata una soddisfazione diventare un ladro di professione. Prima della guerra aveva frequentato i casinò di tutta Europa; il blackjack era il suo gioco preferito, pur non avendo niente contro la roulette. Ripensando a quegli anni, sbiaditi dall'esperienza sconvolgente della guerra, ricordava le sensazioni come fossero dei sogni; qualcosa di irripetibile, che si allontanava sempre più a ogni sospiro.
Ma quel senso di vuoto sparì non appena sentì parlare del giocatore di carte - Mamoulian, lo chiamavano - che sembrava non aver mai perso una partita e che andava e veniva da quella città ingannevole, come una creatura che non era, forse, neppure reale, Ma poi, dopo Mamoulian, tutto cambiò.
2
Se ne parlava molto; e quando si parla troppo la verità è sempre relativa. Semplici menzogne raccontate da soldati annoiati. La mente militare, aveva scoperto il ladro, era capace di invenzioni più elaborate, e più letali, di quella di un poeta.
Così quando aveva sentito parlare di questo mago delle carte venuto dal nulla, che sfidava qualsiasi giocatore incallito e vinceva infallibilmente, aveva pensato che si trattasse di un'altra storia gonfiata. Ma qualcosa nel modo in cui raccontavano quella storia apocrifa gli confondeva le idee. Se ne continuava a parlare, non veniva sostituita da nessuna novità più stuzzicante. La si sentiva ripetere alle lotte fra cani, o quando si spettegolava. E, anche se cambiavano i nomi, i fatti salienti rimanevano sempre gli stessi. Il ladro iniziò a sospettare che dopotutto potesse esserci un fondo di verità. Forse esisteva veramente, da qualche parte in città, un giocatore tanto in gamba. Non così infallibile, logicamente; nessuno è infallibile. Ma se quell'uomo esisteva doveva avere qualche cosa di speciale. Si parlava di lui con una certa dose di cautela, quasi con rispetto; i soldati che lo avevano visto giocare parlavano della sua eleganza, della sua calma quasi ipnotica. Quando parlavano di Mamoulian sembravano tanti contadini intenti a parlare degli aristocratici, e il ladro, non disposto a riconoscere la superiorità di altri, ce la stava mettendo tutta per spodestare quel re, cercando il giocatore ovunque.
Ma, a parte il quadro generale della situazione che era riuscito a farsi grazie alle chiacchiere, c'erano ancora dei particolari da scoprire. Sapeva di dover trovare qualcuno che avesse già sperimentato la sfida sul tavolo da gioco, prima di discernere la verità dalle chiacchiere.
Ci erano volute due settimane per trovare la persona giusta. Si chiamava Konstantin Vasiliev, un tenente che si diceva avesse perso tutto giocando contro Mamoulian. Il russo era robusto come un toro; il ladro, in confronto, sembrava un nanerottolo. Nonostante gli uomini grandi e grossi avessero spesso un carattere molto espansivo, Vasiliev sembrava piuttosto spento. Se mai aveva posseduto una qualche virilità, se n'era andata completamente. Al suo posto erano rimaste la fragilità e la timidezza di un bambino.
Ci vollero un'ora di adulazioni, la parte migliore di una bottiglia di vodka presa al mercato nero e mezzo pacchetto di sigarette per estorce-re a Vasiliev qualcosa di più di semplici monosillabi, ma quando alla fine si ruppero i freni inibitori sembrò di assistere alla confessione di -un uomo sull'orlo di un esaurimento nervoso in piena regola. Dai suoi discorsi traspariva autocommiserazione, e anche rabbia; ma soprattutto si percepiva il terrore. Vasiliev era in preda a un terrore mortale. Il ladro ne rimase leggermente impressionato; non tanto per le lacrime di disperazione, quanto per il fatto che Mamoulian, il giocatore senza volto, fosse riuscito a stroncare il gigante che gli sedeva di fronte. Facendogli sentire la sua vicinanza e la sua amicizia, spronava il russo a fornirgli la più piccola informazione, sempre alla ricerca di un dettaglio significativo che desse un'anima e un volto al fantasma che andava cercando.
« Dici che vince sempre? »
« Sempre. »
« Quale metodo usa? Come fa a barare? »
Vasiliev distolse lo sguardo fisso sul pavimento.
« Barare? » ripeté meravigliato. « Lui non bara. Ho giocato a carte per una vita intera, con gente brava e meno brava. Ho scoperto tutti i trucchi che si possono inventare. Te lo garantisco, lui è pulito. »
« Anche il giocatore più fortunato sbaglia di tanto in tanto. Sono le leggi della fortuna... »
Sul volto di Vasiliev passò un'ombra di divertimento ingenuo e per un istante il ladro rivide l'uomo che occupava quel corpo enorme prima di farsi prendere dalla pazzia.
« Le leggi della fortuna non valgono per lui. Non capisci? Lui non è come me o come te. Come potrebbe continuare a vincere se non avesse un potere sulle carte? »
« Lo credi davvero? »
Vasiliev si strinse nelle spalle e le incurvò nuovamente. « Per lui », disse in tono quasi contemplativo, « vincere è la quintessenza della bellezza. È la vita stessa, »
Gli occhi vacui tornarono a fissare la ghiaia per terra, mentre il ladro rimuginava mentalmente quelle parole: « È la vita stessa ». Era uno strano modo di parlare, lo metteva a disagio. Prima di riuscire a capirne il perché, Vasiliev si protese verso di lui, ansimante di paura, aggrappandosi con la sua grossa mano alla spalla del ladro.
« Ho ottenuto il trasferimento, lo sapevi? Me ne andrò da qui fra pochi giorni, meglio di così non poteva andarmi. Quando arriverò a casa mi daranno una medaglia. Ecco perché mi trasferiscono; perché sono un eroe e gli eroi ottengono ciò che domandano. E quando me ne sarò andato lui non mi troverà più. »
« Perché dovrebbe cercarti? »
La mano sulla spalla si irrigidì; Vasiliev attirò il ladro verso di sé
« Gli devo persino le mutande », rispose. « Se rimango mi farà uccidere. Ne hanno ammazzati tanti, lui e i suoi compagni. »
« Non è solo? » domandò il ladro. Si era immaginato il giocatore di carte come un solitario; così se l'era figurato.
Vasiliev si soffiò il naso in una mano e si lasciò cadere all'indietro sulla sedia, che scricchiolò sotto il suo peso.
« Chi può sapere qual è la verità, eh? » replicò con gli occhi inquieti. « Cioè, se ti dicessi che con lui ci sono dei morti, mi crederesti? » Rispose da solo a quella domanda, scuotendo il capo: « No, penseresti che sono pazzo... »
Una volta, pensò il ladro, quello era un uomo sicuro di sé, un uomo d'azione, forse persino un eroe. Tutte qualità che erano ormai sparite; il campione era stato ridotto a un essere balbettante, che biascicava sciocchezze. Dentro di sé, applaudiva l'arguzia di Mamoulian. Lui aveva sempre odiato gli eroi.
« Un'ultima domanda... », riprese.
« Vuoi sapere dove lo si può trovare? »
« Sì. »
Il russo si fissò il pollice, sospirando profondamente.
« Che cosa ci guadagni a giocare con lui? » Di nuovo si rispose da sé: « Solo un'umiliazione. Forse la morte ».
Il ladro si alzò. « Allora, non sai dove si trova? » domandò mentre metteva la mano sul pacchetto mezzo vuoto di sigarette che si trovava sul tavolo tra di loro.
« Aspetta. » Vasiliev afferrò il pacchetto prima di vederlo sparire. « Aspetta. »
Il ladro rimise le sigarette sul tavolo e Vasiliev ci mise sopra la mano con un gesto solenne. Guardò verso il suo interlocutore e iniziò a parlare.
« L'ultima volta che ne ho sentito parlare stava nella zona a nord. Verso la piazza Muranowski. La conosci? »
Il ladro annuì. Non era una zona che frequentava abitualmente, ma la conosceva. « E come faccio a trovarlo, una volta là? » chiese.
Il russo sembrò perplesso, a quella domanda.
« Non so nemmeno che faccia abbia », spiegò il ladro, cercando di farsi capire da Vasiliev.
« Non avrai bisogno di trovarlo », rispose Vasiliev, capendo fin troppo bene. « Se vuole giocare con te, ti troverà lui. »
3
La sera dopo, la prima di tante sere, il ladro iniziò a vagare alla ricerca del giocatore di carte. Era ormai aprile, ma il tempo era ancora fresco quell'anno. Sarebbe tornato nella stanza dell'albergo semidistrutto in cui si era installato, patendo il freddo, con un senso di frustrazione e - anche se faticava ad ammetterlo persino con se stesso - di paura. La zona intorno a piazza Muranowski era un inferno nell'inferno. Molti crateri lasciali dalle bombe avevano scoperchiato le fogne, la cui puzza era inconfondibile, altri erano utilizzati come pire per cremarci i corpi dei condannati a morte e le fiamme lampeggiavano più vive ogni qualvolta trovavano pance piene di gas o mucchi di grasso umano. Ogni passo in quel nuovo mondo era un'avventura persino per il ladro. La morte era ovunque, nelle sue forme più svariate. Seduta sull'orlo di un cratere, intenta a riscaldarsi i piedi imbronciata, tra i rifiuti, allegra in un campo di ossa e proiettili.
Nonostante la paura, tornò spesso da quelle parti, ma il giocatore di carte lo evitava. E per ogni volta che gli andava buca, per ogni giro a vuoto che faceva, il ladro si intestardiva sempre di più nella ricerca. Nel frattempo iniziò a pensare al giocatore senza volto come a una leggenda. Per lui sarebbe già stato un miracolo, a quel punto, riuscire a vedere l'uomo in carne e ossa, verificarne la consistenza fisica nello stesso mondo che lui, il ladro, abitava. Sarebbe stato un modo, che Dio lo aiutasse, per dare una ragione alla sua stessa esistenza.
Dopo dieci giorni di ricerche senza frutto, tornò a cercare Vasiliev. Il russo era morto. Il suo corpo, con la gola tagliata da un orecchio all'altro, era stato rinvenuto il giorno prima, galleggiante a faccia in giù in una delle fogne che l'esercito stava ripulendo. Non era solo. Erano stati trovati altri tre cadaveri, macellati allo stesso modo, tutti che bruciavano come tante navi in fiamme che andavano alla deriva nel tunnel su un fiume di escrementi. Uno dei soldati che aveva fatto la scoperta nella fogna aveva detto al ladro che i corpi sembravano galleggiare nell'oscurità. Per un tremendo istante, gli era parso di assistere alla venuta degli arcangeli.
Poi, naturalmente, l'orrore. Mentre spegnevano i corpi, i capelli, tutto; mentre li giravano, vedendo il volto di Vasiliev, alla luce di una torcia, ancora contratto in un'espressione di meraviglia, come un bambino di fronte a una congiura fatale.
I documenti per il trasferimento erano arrivati quello stesso pomeriggio.
In effetti quei documenti sembravano essere stati la causa di un errore amministrativo che aveva così concluso la tragedia di Vasiliev con una nota di comicità. I corpi, una volta identificati, erano stati bruciati a Varsavia, a eccezione di quello del tenente Vasiliev, il cui curriculum di guerra richiedeva un trattamento meno profano. I programmi erano di riportare il corpo nella madre Russia, dove sarebbe stato cremato con tutti gli onori di Stato nella sua città natale. Ma qualcuno, trovando per caso documenti di trasferimento, aveva pensato che riguardassero Vasiliev morto, non vivo. Il corpo scomparve misteriosamente. Nessuno ammise mai la propria responsabilità: il cadavere, con ogni probabilità, era stato portato da qualche altra parte.
La morte di Vasiliev non fece altro che aumentare la curiosità del ladro. L'arroganza di Mamoulian lo affascinava. Aveva a che fare con un farabutto, un uomo che basava la propria esistenza sulla debolezza degli altri, che era diventato talmente insolente da ammazzare, o da far ammazzare, quanti si facevano trovare sulla sua strada. Il ladro incominciò ad agitarsi. Quando riusciva a dormire sognava di girare per piazza Muranowski. La nebbia, che la ricopriva come se avesse vita propria, prometteva a ogni momento di aprirsi e di rivelare la presenza del giocatore di carte. Era quasi come essere innamorato.
4
Quel pomeriggio si era aperto il solito soffitto di nuvole squallide che ricopriva l'Europa: un blu pallido si stendeva sopra di lui. Verso sera il cielo si era fatto completamente limpido. A sud-ovest un grande cumulo di cirri, color giallo ocra e oro, si gonfiava di lampi aumentando la sua eccitazione. Quella sera l'aria era elettrica e lui era certo che avrebbe trovato il giocatore di carte. Ne era sicuro fin da quando si era alzato al mattino.
Quando cominciarono a calare le tenebre si diresse a nord verso la piazza, senza avere in mente una meta precisa, visto che ormai conosceva bene la strada. Oltrepassò due posti di controllo senza difficoltà: la sua sicurezza aveva la stessa efficacia di una parola d'ordine. Quella sera non avrebbe potuto essere evitato. Respirando l'aria profumata di lillà, con le stelle che brillavano come mai era successo prima, si sentì inattaccabile. Avvertì l'elettricità fra i peli sul dorso della mano e sorrise. Vide un uomo che gridava da una finestra e sorrise. Non molto lontano la Vistola, in piena a causa delle piogge, rumoreggiava scorrendo verso il mare. Lui aveva la stessa forza trascinante.
L'oro se ne andò dal cumulo di cirri; il blu splendente del cielo si oscurò nella notte.
Mentre stava per arrivare in piazza Muranowski, si sentì sfiorare da un mulinello di vento e improvvisamente l'aria si riempì di confetti bianchi. Era poco probabile che ci fosse stato un matrimonio da quelle parti. Uno dei piccoli frammenti bianchi andò a posarsi sulla sua palpebra; lo prese tra le dita. Non era un confetto: era un petalo. Lo premette tra l'indice e il pollice e ne fuoriuscì del siero profumato.
Cercando di capire da dove fosse arrivato, riprese a camminare e, giunto nella piazza, si trovò di fronte al fantasma di un albero ondeggiante la cui fioritura era prodigiosa. Sembrava non avere radici, la cima bianca come neve luccicava sotto le stelle, il tronco era indistinto. Trattenne il respiro, impressionato dalla sua bellezza, e si incamminò verso l'albero come se stesse fronteggiando un animale selvaggio: con prudenza, per non fargli paura. Qualcosa gli stringeva lo stomaco. Non era lo stupore per quei fiori e nemmeno la gioia che aveva provato recandosi lì. Quella ormai stava sparendo gradualmente. Nella piazza si sentì afferrare da una sensazione del tutto diversa.
Era un uomo talmente abituato alle atrocità che da tempo aveva smesso di aver paura. E allora perché se ne stava fermo davanti a quella pianta, conficcandosi dolorosamente le unghie ben curate nei palmi delle mani, sfidando quell'ombrello di fiori a rivelare il peggio? Non c'era niente da temere. Erano solo petali che volavano nell'aria, ombre per terra. Eppure non riusciva a respirare, sperando che la sua paura fosse infondata.
Forza, disse tra sé, se devi farmi vedere qualcosa, sto aspettando.
A quei tacito invito successero due cose. Alle sue spalle una voce gutturale gli domandò in polacco: « Chi sei? » Per la sorpresa distolse l'attenzione dall'albero e girò lo sguardo proprio nel momento in cui la luce delle stelle illuminava una figura sotto i rami fioriti. Nell'oscurità ingannevole il ladro non era sicuro di ciò che aveva visto.
Forse un volto rovinato che guardava ciecamente verso di lui, con i capelli tutti bruciati. Una carcassa rognosa delle dimensioni di un toro. Le grosse mani di Vasiliev.
Tutto e niente; e già la figura si era ritirata dietro l'albero, sfiorando con la testa ferita i rami. Una pioggia di petali gli cadde sulle spalle.
« Mi hai sentito? » riprese a dire la voce dietro di lui. Il ladro non si voltò; continuava a fissare l'albero, stringendo gli occhi, cercando di separare la realtà dall'illusione. Ma l'uomo, chiunque fosse, se n'era andato. Non poteva trattarsi del russo, ovviamente, era pazzesco pensarci. Vasiliev era morto, era stato trovato faccia in giù nella melma di una fogna. Con ogni probabilità il suo corpo si trovava già in qualche angolo recondito dell'impero russo. Non si trovava là; non poteva trovarsi là. Ciò nonostante il ladro provò l'irresistibile desiderio di seguire lo sconosciuto, di toccarlo, di farlo voltare, di guardarlo in faccia per verificare che non fosse Konstantin. Ormai era troppo tardi; l'inquisitore alle sue spalle aveva stretto la presa e pretendeva una risposta. I rami dell'albero avevano smesso di oscillare, i petali non cadevano più e l'uomo era sparito.
Sospirando, il ladro si voltò verso l'inquisitore.
Si trovò di fronte una persona che sorrideva in segno di benvenuto. Nonostante il tono gutturale, si trattava di una donna con un paio di pantaloni larghi, stretti in vita da uno spago, e nient'altro. Aveva i capelli rasati e le unghie dei piedi laccate. Tutto questo stimolò le sue sensazioni, già messe alla prova dal turbamento per l'albero e dalla sua nudità. Le coppe luccicanti dei seni erano perfette: aprì lentamente i pugni e provò l'istinto di toccarla. Ma forse la sua approvazione era troppo evidente. Tornò a guardarla per vedere se stesse ancora sorridendo. Sorrideva, ma osservandola meglio si accorse che ciò che aveva preso per un sorriso era un'espressione permanente. Le sue labbra erano state tagliate e lasciavano scoperti denti e gengive. Aveva chiare cicatrici sulle guance, i segni di alcune ferite che le avevano lacerato i tendini, facendole restare la bocca aperta per sempre. Era attratto dal suo sguardo.
« Vuoi?... » cominciò lei.
Vuoi? pensò mentre gli occhi gli scivolavano nuovamente sui seni. Quella nudità casuale lo eccitava, nonostante le mutilazioni del viso. Era disgustato all'idea di possederla - baciare quella bocca senza labbra era decisamente troppo - eppure, se lei gli si fosse offerta, avrebbe accettato e al diavolo lo schifo.
« Vuoi?... » ripeté lei con quel suono ibrido nella voce, né maschile né femminile. Le era difficile formulare parole senza l'aiuto delle labbra. Comunque, riuscì a completare la domanda: « Vuoi le carte? »
L'aveva completamente fraintesa. Non provava alcun interesse per lui, né sessuale né d'altro genere. Era una semplice messaggera. Mamoulian era lì. Probabilmente, a un tiro di sputo. Forse lo stava già guardando.
Ma le emozioni contrastanti offuscarono l'esaltazione che avrebbe dovuto provare in un momento simile. Invece di sentirsi trionfante, dovette lottare contro una serie di immagini confuse: fiori, seni, buio, il viso bruciato dell'uomo scomparso all'improvviso, voglia, paura, un'unica stella che faceva capolino dietro una nuvola. Senza pensare molto a quanto diceva, rispose:
« Sì. Voglio le carte ».
Lei annuì col capo, gli voltò le spalle e oltrepassò l'albero i cui rami, sfiorati dall'uomo che non era Vasiliev, oscillavano ancora, e attraversò la piazza. La seguì. Dimentico dei viso di quell'intermediaria, ne osservava la grazia dei piedi nudi. Non sembrava curarsi molto di ciò che calpestava. Non inciampo neppure una volta, nonostante il pavimento cosparso di vetri, mattoni e proiettili.
Lo accompagnò ai resti di un grande edificio, sul lato opposto della piazza. La facciata, ormai devastata, era ancora in piedi; c'era persino un ingresso, ma mancava la porta. Attraverso l'apertura si vedeva un falò. L'ingresso era bloccato per metà dalle macerie crollate all'interno, che obbligarono i due ad abbassarsi per poter entrare in casa. Nell'oscurità, gli si impigliò la spalla del cappotto e la stoffa si lacerò. La donna non si voltò per vedere se si fosse ferito, nonostante le sue chiare imprecazioni. Continuò a camminare, scavalcando cumuli di mattoni e pezzi di tetto crollati, mentre lui la seguiva incespicando, sentendosi ridicolo e goffo. Alla luce del falò, si rese conto delle dimensioni della stanza; doveva essere stata una bella casa, un tempo. Ma non era il momento di fare riflessioni. La donna aveva già oltrepassato il falò e stava arrampicandosi su una scala. La seguì, madido di sudore. Il fuoco scoppiettò; si voltò e si accorse che, al di là delle fiamme, c'era qualcuno che si teneva nascosto. Persino mentre guardava, il custode del fuoco vi aggiunse dell'esca innalzando verso il cielo una costellazione di scintille incandescenti.
La donna stava salendo le scale. Si affrettò dietro di lei, mentre la sua ombra, proiettata dal fuoco, si stagliava enorme sulla parete. Era ancora a metà strada quando lei arrivò in cima e scivolò in un secondo ingresso, scomparendo. La seguì più velocemente e oltrepassò il secondo ingresso.
La luce del falò filtrava a malapena dalla porta e in un primo momento fece fatica a orientarsi nella stanza.
« Chiudi la porta », disse qualcuno. Gli ci vollero alcuni secondi per rendersi conto che l'ordine era stato impartito a lui personalmente. Si girò, annaspò alla ricerca della maniglia, si accorse che non c'era e chiuse la porta con una spinta.
Poi si guardò in giro. La donna gli stava di fronte a qualche metro di distanza, intenta a fissarlo con la sua espressione eternamente felice, il sorriso come una falce.
« Il cappotto », disse, e allungò le mani per aiutarlo a toglierselo. Poi sparì dalla sua visuale permettendogli di vedere l'oggetto delle sue lunghe ricerche.
Non fu Mamoulian, tuttavia, ad attirare subito la sua attenzione, ma un altare di legno intagliato contro la parete alle sue spalle, un capolavoro gotico che mandava bagliori dorati, scarlatti e blu nonostante l'oscurità. Bottino di guerra, pensò il ladro; ecco che cosa fa il bastardo con la sua fortuna. Poi fissò la figura di fronte al trittico. Un piccolo stoppino immerso nel petrolio gorgogliava sul tavolo a cui stava seduto. La luce che rifletteva sul volto del giocatore di carte era fulgida, ma vacillante.
« Allora, pellegrino », disse l'uomo. « Mi hai trovato. Finalmente. »
« Mi hai trovato tu, credo », rispose il ladro; era successo tutto quello che aveva previsto Vasiliev.
« So che ti piacerebbe fare un paio di partitine. È vero? »
« Perché no? » Cercò di essere il più disinvolto possibile, anche se il cuore aveva raddoppiato i battiti. Ora che, infine, era arrivato al cospetto del giocatore di carte, si sentiva completamente impreparato. Il sudore gli aveva incollato i capelli alle tempie; sentiva la polvere dei mattoni sulle mani e sotto le unghie. Devo sembrare proprio un ladro, si disse a disagio.
Mamoulian, invece, era l'immagine della compostezza. Niente nel modo in cui vestiva - cravatta nera, vestito grigio - suggeriva l'idea di uno sfruttatore: sembrava un agente di cambio. Il viso, come il vestito, era irrimediabilmente scialbo, i tratti tirati e scavati accentuati dalla luce impietosa della lampada a petrolio. Sembrava sulla sessantina, più o meno, guance un po' incavate, naso prominente, aristocratico; le arcate sopraccigliari ampie e marcate. Sul cranio gli erano rimasti pochi capelli, sottili e bianchi. Ma dal suo portamento non traspariva né fragilità né fatica. Sedeva ben dritto sulla sedia e le mani agili si divertivano a giocherellare familiarmente con un mazzo di carte. Soltanto gli occhi corrispondevano all'immagine che il ladro si era fatta di lui. Nessun agente di cambio avrebbe mai potuto avere occhi simili. Occhi glaciali, spietati.
« Speravo di incontrarti, pellegrino. Prima o poi », disse. Il suo inglese non aveva accenti.
« Sono arrivato tardi? » domandò il ladro, quasi ironicamente.
Mamoulian posò le carte sul tavolo. Sembrò prendere sul serio quella domanda. « Vedremo. » Fece una pausa prima di continuare: « Tu sai sicuramente che gioco con poste molto alte ».
« L'ho sentito dire. »
« Se vuoi ritirarti adesso, prima di procedere, ti capirei benissimo. » Quel discorso venne fatto senza la minima traccia di ironia.
« Non vuoi farmi giocare? »
Mamoulian strinse le labbra sottili e secche, e si accigliò. « Al contrario », rispose. « Desidero moltissimo giocare con te. »
Nella sua voce ci fu un fremito di emozione. Il ladro non riuscì a capire se si fosse trattato di uno scherzo della lingua o di una consumata abilità teatrale. « Ma io non sono molto comprensivo... », continuò, « ... con quelli che non pagano i propri debiti. »
« Ti riferisci al tenente », lo sfidò il ladro.
Mamoulian lo fissò. « Non conosco nessun tenente », rispose con voce piatta. « Io conosco soltanto dei giocatori, come me. Alcuni sono bravi, molti altri no. Vengono tutti da me per mettersi alla prova, come hai fatto tu. »
Riprese in mano il mazzo che continuò a rigirarsi fra le mani come se fosse vivo. Cinquantadue quadratini che saltellavano a quella luce nauseabonda, ognuno diverso dall'altro. La loro bellezza era quasi indecente; quelle facce lucide erano la cosa più bella che il ladro avesse visto da mesi.
« Voglio giocare », annunciò sfidando quell'ipnotico passaggio di carte.
« Allora siediti, pellegrino », disse Mamoulian, come se non avesse mai avuto dubbi.
Senza fare alcun rumore, la donna gli aveva sistemato una sedia alle spalle. Sedendosi, il ladro incrociò lo sguardo di Mamoulian. C'era forse qualcosa in quegli occhi inespressivi che intendeva fargli del male? No, niente. Non c'era niente di cui aver paura.
Mormorando parole di ringraziamento per l'invito, sbottonò i polsini della camicia e rimboccò le maniche, preparandosi al gioco.
Dopo qualche minuto, la partita ebbe inizio.
PARTE SECONDA
L'ISTITUTO
« Il Diavolo non è davvero il male peggiore; preferirei avere a che fare con lui piuttosto che con gli esseri umani. Fa onore ai propri impegni, molto più alacremente di qualsiasi truffatore del mondo. Quando arriva il momento di pagare, subito dopo la mezzanotte, viene a prendersi l'anima e ritorna all'Inferno, come un buon diavolo. È un uomo d'affari bello e buono. »
J.N. Nestroy, La paura dell'lnferno
I
Provvidenza
5
Dopo aver scontato sei anni di pena a Wandsworth, Marty Strauss si era abituato ad aspettare. Aspettava ogni mattina per lavarsi e radersi; aspettava per mangiare, aspettava per defecare; aspettava di ritornare libero. Aspettava sempre. Faceva parte della punizione, naturalmente; come l'interrogatorio a cui aveva dovuto sottoporsi quel pomeriggio così desolante. Ma, se l'attesa era ormai diventata quasi facile, per gli interrogatori non era così. Non tollerava i procedimenti burocratici: gli archivi pieni di rapporti disciplinari, di rapporti circostanziali, di valutazioni psichiatriche; il fatto che ogni mese doveva confrontarsi con qualche funzionario per sentirsi dire quanto fosse spregevole. Gli dava così fastidio, che già sapeva che non si sarebbe mai abitUato a questo; non si possono dimenticare le stanze cocenti piene di insinuazioni e di speranze deluse. Le avrebbe sognate per sempre.
« Entra, Strauss. »
La stanza non aveva subito cambiamenti dall'ultima volta che ci era stato; era soltanto diventata più stantia. Nemmeno l'uomo che sedeva dall'altra parte del tavolo era cambiato. Si chiamava Somervale e c'era un buon numero di prigionieri di Wandsworth che, tutte le sere, pregava per la sua polverizzazione. Questa volta, però, non era solo dietro al solito tavolo plastificato.
« Siediti, Strauss. »
Marty diede uno sguardo alla persona accanto a Somervale. Non era un funzionario della prigione. Il suo vestito era troppo elegante, le sue unghie troppo ben curate. Sembrava un uomo di mezza età, ben piantato, con il naso leggermente obliquo, come se avesse subito una frattura mal ricomposta. Somervale iniziò le presentazioni.
« Strauss, questo è il signor Toy... »
« Salve », disse Marty.
L'uomo abbronzato lo fissò con attenzione; dal suo sguardo traspariva un sincero interesse.
« Sono contento di incontrarla », rispose Toy.
Il suo modo di osservarlo andava oltre la semplice curiosità, anche se Marty non capiva che cosa ci fosse in lui da vedere. Un uomo segnato dal tempo sulle mani e sul volto; un uomo fiacco, cresciuto nutrendosi male e facendo poco movimento; i baffi mai regolati; occhi annoiati. Non valeva la pena soffermarsi troppo con l'analisi. Eppure quegli occhi blu continuavano a fissarlo, apparentemente affascinati.
« Credo che sia meglio affrontare la questione », disse Toy a Somervale. Posò le mani sulla superficie del tavolo. « Che cosa ha detto al signor Strauss? »
Signor Strauss. Il prefisso era una cortesia di cui si era quasi dimenticato.
« Non gli ho detto niente », rispose Somervale.
« Allora, dovremo incominciare dall'inizio », disse Toy. Si appoggiò allo schienale della sedia, tenendo sempre le mani sul tavolo.
« Come preferisce », disse Somervale, manifestando chiaramente di dover affrontare un discorso difficile. « Il signor Toy... » iniziò.
Ma non riuscì a proseguire, poiché l'altro lo interruppe subito.
« Lei permette? » disse Toy. « Forse riesco a riassumere meglio la situazione. »
« Uno vale l'altro », rispose Somervale. Frugò nella tasca della giacca alla ricerca di una sigaretta, mascherando a fatica l'offesa. Toy lo ignorò. Continuò a fissare Marty con il suo volto asimmetrico.
« Il mio datore di lavoro... » iniziò Toy, « ... si chiama Joseph Whitehead. Questo le dice qualche cosa? » Non stava aspettando una risposta e continuò: « Se non ha mai sentito parlare di lui, conoscerà sicuramente la Whitehead Corporation, fondata da lui. è, uno degli imperi farmaceutici più importanti d'Europa... »
Il nome risvegliò un campanello nella mente di Marty, una scandalosa associazione di idee. Era vaga e allettante, ma non ebbe il tempo per stare a riflettere, perché ormai Toy aveva preso il via.
« ... Anche se ormai il signor Whitehead si avvicina alla settantina, continua a tenere il controllo assoluto della società. È un uomo che si è fatto da solo, capisce, che ha dedicato la propria vita alla compagnia. Comunque, vorrebbe rendersi meno visibile di una volta... »
Improvvisamente, alla mente di Strauss apparve la fotografia della prima pagina di un giornale. Un uomo che si parava gli occhi dalla luce di un flash; un momento privato rubato da uno sporco paparazzo per la felicità del pubblico.
« ... evita quasi completamente la pubblicità e da quando è morta sua moglie sfugge alla vita sociale... »
Rendendosi conto della scocciatura di tali attenzioni, Strauss si ricordò di una donna dalla bellezza mozzafiato, anche se illuminata da una luce sfavorevole. Forse era quella la moglie di cui stava parlando Toy.
« ... ha così deciso di demandare ad altri la maggior parte degli affari della società per avere più tempo da dedicare ai problemi sociali. Tra le tante cose, si occupa della sovrappopolazione delle prigioni e del disservizio nelle carceri. »
L'ultima osservazione era stata fatta sotto forma di frecciatina nei confronti di Somervale che ben impersonava il problema. Spense la sigaretta nel portacenere di alluminio, gettando uno sguardo di traverso all'altro uomo.
« Quando è arrivato il momento di ingaggiare una guardia del corpo personale », proseguì Toy, « è stato il signor Whitehead in persona a decidere di scegliere un candidato tra coloro che si trovano in libertà vigilata, invece di rivolgersi a una delle solite agenzie ».
Non sta pensando a me, si disse Strauss. L'idea era troppo bella per poterci credere, quasi ridicola. Eppure, se così non fosse stato, perché mai Toy si trovava in quel posto, perché quella riunione?
« Sta cercando un uomo sul punto di finire di scontare la propria pena. Qualcuno che meriti, secondo la mia e la sua opinione, di avere un'occasione per essere reinserito nel contesto sociale con un lavoro, con rispetto. Mi è stato presentato il suo caso, Martin. Posso chiamarla Martin? »
« Di solito mi chiamano Marty. »
« Bene. Marty. Francamente non vorrei si facesse troppe illusioni. Devo intervistare molti altri candidati e, naturalmente, posso anche trovare che nessuno sia adatto allo scopo. A questo punto vorrei sapere le sue intenzioni se le venisse offerta un'opportunità del genere. »
Marty iniziò a sorridere. Non apertamente, dentro di sé, per non farsi vedere da Somervale.
« Ha capito quello che sto cercando? »
« Sì. Ho capito. »
« Joe... il signor Whitehead... ha bisogno di qualcuno che si dedichi completamente alla sua esistenza; qualcuno disposto a mettere in pericolo la propria vita per salvare il suo datore di lavoro. Capisco che è chiedere un po' troppo. »
Marty inarcò le sopracciglia. Era veramente troppo, soprattutto dopo aver trascorso sei anni e mezzo nella prigione di Wandsworth. Toy percepì l'esitazione di Marty.
« La cosa la preoccupa? » domandò.
Marty si strinse nelle spalle. « Sì e no. Voglio dire, non mi è mai stata fatta una proposta del genere. Non voglio prenderla in giro dicendole di essere felice di farmi ammazzare per qualcun altro, perché non è così. Sarei un grande bugiardo se lo affermassi. »
Toy annuì e incoraggiò Marty a proseguire.
« Tutto qui », disse lui.
« Lei è sposato? » domandò Toy.
« Separato. »
« Posso chiederle se sono in atto le procedure di divorzio? »
Marty fece una smorfia. Odiava parlare di questo. Era la sua storia: sua da affrontare e da risolvere. Nessun compagno di prigione era mai riuscito a carpirgli l'intera storia, nemmeno durante le lunghe confidenze scambiate a notte fonda con il compagno di cella precedente a Feaver, quel mentecatto che parlava soltanto di cibo e di giornaletti pornografici. Ma ormai era costretto a parlarne. Sicuramente, in qualche archivio, potevano trovare tutte le informazioni che volevano. Con tutta probabilità, Toy sapeva molte più cose su Charmaine di quante non ne sapesse lui stesso.
« Charmaine e io... », cercò le parole più adatte per riuscire a esprimersi nella confusione mentale in cui si trovava, ma non gli venne niente di meglio che una brusca dichiarazione: « Non credo ci siano molte possibilità di tornare insieme, se è questo che vuole sapere ».
Toy percepì la rabbia nella voce di Marty; e anche Somervale. Per la prima volta da quando Marty era entrato in quella stanza, il funzionario mostrò dell'interesse per il cambiamento. Vuole farmi dire tutto quello che penso veramente, si disse Marty; dal volto di Somervale traspariva evidentissima la curiosità. Beh, maledetto, non avrà questa soddisfazione.
« Non è un problema... », commentò blandamente. « E se anche lo fosse, riguarda soltanto me. Mi sto abituando all'idea di non trovarla ad aspettarmi, una volta uscito di qui. Questa è la realtà dei fatti. »
Toy stava sorridendo amichevolmente.
« Vede, Marty... », disse, « ... non è che voglia fare il ficcanaso. Desidero solo avere in mano tutti gli elementi per fare le giuste considerazioni. Se venisse assunto dal signor Whitehead, dovrebbe vivere nella stessa sua tenuta e una condizione indiscutibile sarebbe quella di non potersene andare senza il permesso del signor Whitehead in persona o il mio. In altre parole, la sua vita sarebbe una sorta di libertà vigilata costante e la tenuta potrebbe essere definita come una prigione aperta. Per me è importante sapere se ci sono dei legami che potrebbero spezzare la costrizione a cui sarebbe obbligato. »
« Sì, capisco. »
« E poi, se per qualsiasi ragione, il suo rapporto con il signor Whitehead non dovesse risultare soddisfacente, se dovesse risultare che quel lavoro non è adatto a una persona come lei, allora temo... »
« ... che dovrò tornare qui per finire di scontare la mia pena. »
« Sì. »
Ci fu una pausa mentre Toy, imbarazzato, distoglieva lo sguardo da Marty, ma poi si riprese e cambiò discorso.
« Ci sono poche altre domande che vorrei farle. Lei ha fatto della box, vero? »
« Un po'. Qualche anno fa... »
Toy non riuscì a nascondere il suo disappunto. « Ha smesso? »
« Sì », rispose Marty, « ho continuato solo a esercitarmi un po' e basta. »
« Non conosce nessun altro metodo di autodifesa? Judo? Karaté? »
Marty pensò di mentire, ma che cosa ci avrebbe guadagnato? Toy avrebbe potuto informarsi presso qualsiasi secondino di Wandsworth. « No », rispose.
« Peccato. »
Marty si sentì stringere lo stomaco da una morsa. « Comunque sono in buona salute », disse, « sono robusto. Posso imparare. » Si accorse che nella sua voce c'era stata un'incrinatura non controllabile.
« Non ci serve un principiante, mi dispiace », sottolineò Somervale, incapace di nascondere il trionfo nella voce.
Marty si sporse in avanti, cercando di non far caso alla viscida presenza di Somervale.
« Io posso fare questo lavoro, signor Toy », disse intensamente. « Io so di poter svolgere questo lavoro. Mi dia almeno una possibilità. »
Il tremore nella voce era aumentato e il suo stomaco era completamente sottosopra. Sapeva che si sarebbe dovuto fermare prima di dire qualcosa di cui avrebbe potuto pentirsi. Ma non riusciva a frenare le parole e le emozioni.
« Mi dia una possibilità per provare che posso farlo. Non chiedo molto, no? E se faccio un casino, sarà colpa mia, no? Solo una possibilità, è tutto quello che chiedo. »
Toy lo guardò con espressione compassionevole. Aveva perso allora? Aveva già preso una decisione - una sola risposta sbagliata ed era tutto finito - stava già richiudendo la sua pratica per farlo tornare a essere la semplice cartelletta Marty S., maneggiata dalle sporche manacce di Somervale?
Marty si morsicò la lingua e tornò a sedere sulla scomoda sedia di prima, fissandosi le mani tremanti. Non riusciva a sopportare l'imperturbabilità del viso di Toy, dopo essersi rivelato tanto apertamente, senza riguardo.
« Al suo processo... », riprese Toy.
Che altro c'era? Perché voleva prolungare l'agonia? Marty voleva soltanto tornarsene in cella, dove avrebbe trovato Feaver seduto sulla branda intento a giocare con le bamboline, dove avrebbe trovato rifugio nella stupidità a lui tanto famigliare. Ma Toy non aveva finito; voleva la verità, solo la verità, nient'altro che la verità.
« Al processo lei ha dichiarato che la motivazione principale per cui aveva preso parte alla rapina erano alcuni debiti di gioco che doveva saldare. Giusto? »
Marty spostò lo sguardo dalle mani ai piedi. Aveva le stringhe slacciate e, anche se erano abbastanza lunghe da fare un doppio nodo, non aveva mai avuto la pazienza necessaria per fare quel genere di lavoretti. A lui piaceva l'asola singola. Quando c'è bisogno di slacciarla, basta tirare fino in fondo e - come per magia - sparisce.
« E così? » gli domandò nuovamente Toy.
« Sì, è così », rispose Marty. Ormai aveva iniziato, perché non andare fino in fondo? « Eravamo in quattro. Con due pistole. Abbiamo tentato di assalire un furgone blindato. Ci è scappato tutto di mano. » Distolse lo sguardo dalle scarpe; Toy lo stava osservando in modo penetrante. « L'autista si è beccato un colpo in pancia. È morto subito dopo. E tutto registrato, no? » Toy annuì con il capo. « E del furgone? Non si parla del furgone nel mio dossier? » Toy non rispose. « Era vuoto », sbottò Marty. « Abbiamo sbagliato tutto fin dall'inizio. Quel fottuto furgone era vuoto. »
« E i debiti? »
« Eh? »
« I debiti con Macnamara. Esistono ancora? »
Quell'uomo stava veramente incominciando a innervosirlo. Cosa gliene fregava se ancora gli restava da pagare qualcosa qua e là? Era soltanto falsa comprensione, per permettergli di fare un'uscita dignitosa.
« Rispondi al signor Toy, Strauss », disse Somervale.
« Che importanza può avere per lei? »
« Mi interessa », rispose sinceramente Toy.
« Capisco. »
Poteva metterselo nel culo il suo interesse, pensò Marty, poteva morirci insieme. Avevano anche sentito troppo, per quanto lo riguardava.
« Posso andare? » domandò.
Alzò lo sguardo verso Somervale che lo guardava sarcastico dietro il fumo di una sigaretta, ormai soddisfatto del disastro di quel colloquio.
« Penso di sì, Strauss », rispose quello compiaciuto. « A meno che il signor Toy non abbia altre domande. »
« No », disse Toy con voce piatta. « No, sono soddisfatto. »
Marty si alzò, evitando di guardare Toy. Nella stanza ogni rumore sembrava ingigantito. I piedini della sedia che scricchiolavano sul pavimento, il catarro da fumatore di Somervale. Toy mise da parte le sue annotazioni. Era finita.
« Puoi andare », l'accomiatò Somervale.
« Mi ha fatto piacere conoscerla, signor Strauss », disse Toy all'indirizzo della schiena di Marty che aveva ormai raggiunto la porta. Marty si voltò e rimase sorpreso nel trovarsi di fronte l'uomo che sorridendo gli stava tendendo la mano per stringere la sua. Mi ha fatto piacere conoscerla, signor Strauss.
Marty annuì col capo e rispose alla stretta.
« Grazie per avermi dedicato un po' del suo tempo », disse Toy.
Marty si chiuse la porta alle spalle e si diresse alla sua cella, scortato da Priestley, il secondino del raggio. Non si scambiarono una sola parola.
Marty osservò gli uccelli sotto il cornicione dei tetto, che si gettavano in volo sulle grate in cerca di qualche bocconcino. Andavano e venivano senza problemi, alla ricerca di nicchie dove poter fare il proprio nido e dove poter esercitare la loro sovranità. Non li invidiava per niente. E anche se fosse stato, quello non era il momento per ammetterlo .
6
Passarono tredici giorni e non ci fu una parola né da parte di Toy né da parte di Somervale. Non che Marty se l'aspettasse. Aveva perso la sua unica possibilità: si era tirato la zappa sui piedi, rifiutandosi di parlare di Macnamara. Per quanto cercasse di dimenticare il colloquio con Toy, non ci riusciva. Quell'incontro gli aveva fatto perdere l'equilibrio, e l'instabilità lo sconvolgeva quanto il motivo che l'aveva provocata. Pensava di aver ormai imparato l'arte del l'indifferenza, nello stesso modo in cui i bambini imparano a stare lontani dall'acqua bollente: per mezzo di esperienze brucianti.
Ne aveva avute parecchie. Durante i primi mesi di reclusione aveva fatto a botte con chiunque si trovasse sulla sua strada. Non si era fatto nemmeno un amico: ci aveva solo guadagnato ferite e problemi. Durante il secondo anno, castigato dalla sconfitta, aveva continuato nascostamente la sua guerra personale; aveva ripreso ad allenarsi e a fare boxe, si era concentrato sulla sfida a quell'istituzione e aveva cercato di mantenersi in forma per quando fosse arrivato il momento della resa dei conti. Ma a metà del terzo anno, era intervenuta la solitudine, un male che non poteva essere curato con nessuna autopunizione (i muscoli gli facevano sempre più male, ogni giorno che passava). Concesse un anno di tregua, a se stesso e alla prigione. Era stata una pace difficile, ma da quel momento in poi le cose erano iniziate a migliorare. In quei corridoi echeggianti, nella sua cella, nell'enclave del suo cervello, dove esperienze più piacevoli erano ormai memorie lontane, aveva cominciato a sentirsi come a casa sua.
Il quarto anno gli aveva portato nuove paure. Aveva ventinove anni; si avvicinava ai trenta e si ricordava anche troppo bene come, quando era giovane, con ancora molto tempo da vivere, avesse sempre considerato finiti gli uomini di quell'età. Era una dolorosa presa di coscienza; e la vecchia claustrofobia (non quella delle sbarre, ma quella della sua vita) si fece più viva che mai, e con lei la sconsideratezza assoluta. Quell'anno si era guadagnato i tatuaggi: un fulmine blu e rosso sul braccio sinistro e la scritta USA sull'avambraccio destro. Poco prima di Natale, Charmaine gli aveva scritto una lettera, affermando che la soluzione migliore sarebbe stata il divorzio, ma lui non ci aveva pensato molto. Che bisogno c'era? L'indifferenza era il miglior rimedio. Ora che si era dichiarato sconfitto non gli restava più niente per cui vivere. Alla luce di quella saggezza, il quinto anno era volato via come un razzo. Si era avvicinato alla droga; godeva del vantaggio di essere un veterano; poteva avere tutto, eccezion fatta per la libertà, cosa alla quale teneva di più.
E poi era arrivato Toy e, mentre si sforzava in tutti i modi possibili di fingere di non aver mai sentito quel nome, si ritrovava continuamente a ripensare a quel colloquio di mezz'ora, analizzando nel più piccolo dettaglio ogni frase detta, come se dovesse trarne una profezia. Naturalmente era una grande idiozia e, inoltre, infruttuosa, ma non riusciva a smettere; in un certo senso, ne traeva conforto. Non ne aveva parlato con nessuno, nemmeno con Feaver. Era il suo segreto: la stanza, Toy, la sconfitta di Somervale.
Due domeniche dopo l'incontro con Toy, Charmaine era andata a trovarlo. Il colloquio fu il solito disastro; come una telefonata intercontinentale - tutto il tempo sprecato per i secondi di pausa tra domande e risposte. Non era il brusio delle altre conversazioni a rendere la situazione più difficile: la situazione era difficile di per sé. Ormai era inutile negarlo. Tutti i suoi tentativi di salvare qualcosa erano stati abbandonati da tempo. Dopo le fredde domande sullo stato di salute di parenti e amici, tra di loro scendeva un'incomunicabilità quasi insopportabile.
Nelle sue prime lettere le aveva scritto: Sei bellissima, Charmaine. Ti penso di notte, sogno continuamente di te.
Ma poi il ricordo del suo aspetto aveva cominciato a sfumarsi, aveva smesso di sognare il suo corpo sotto il suo e anche se aveva continuato a fingere nelle lettere, le sue frasi d'amore avevano iniziato a suonare irrimediabilmente false e quindi aveva smesso di scrivere frasi d'amore; avrebbe potuto pensare che sudava al buio mentre si masturbava come un dodicenne e lui non voleva che questo accadesse.
Forse, riflettendoci bene, era stato quello l'errore. Forse il loro matrimonio aveva iniziato a deteriorarsi proprio per questo, perché si sentiva ridicolo a scriverle lettere d'amore. Ma non era cambiata anche lei? Persino in quel momento lo guardava con occhi stranamente sfuggenti:
« Flynn ti manda i suoi saluti ».
« Oh, bene. Lo vedi sempre, vero? »
« Una volta ogni tanto. »
« Come se la passa? »
Aveva iniziato a guardare l'orologio e la cosa gli faceva piacere. Gli dava l'opportunità di osservarla senza sentirsi un intruso. Quando si rilassava, la trovava ancora attraente. Ma ormai nei rapporti con lei credeva di avere ottenuto un Completo controllo. Poteva guardarla - i lobi lucidi delle orecchie, lo slancio del suo collo - e vederla con sufficiente distacco. Almeno questo gli aveva insegnato la prigione: non pretendere ciò che non si poteva avere.
« Oh, sta bene... », rispose.
Gli ci volle un momento per riprendere il filo del discorso; di chi stava parlando? Oh, sì, di Flynn. Se c'era un uomo che non si era mai sporcato le mani, quello era lui. Flynn il saggio; Flynn il falso.
« Ti manda i suoi saluti », disse lei.
« Me l'hai già detto », le ricordò.
Un'altra pausa; le conversazioni peggioravano ogni visita che passava. Non tanto da parte di Marty, quanto per lei. Pareva che subisse un trauma per ogni parola che proferiva.
« Sono tornata dall'avvocato. »
« Oh, certo. »
« Sembra che tutto proceda. Mi ha detto che i documenti saranno pronti il prossimo mese. »
« Che cosa devo fare, firmarli? »
« Beh... mi hanno detto che dobbiamo discutere della casa e di tutte le cose che abbiamo in comune. »
« Che tu hai. »
« Ma la casa è nostra, no? Cioè, appartiene a tutti e due. E quando uscirai di qui avrai bisogno di un posto dove andare a vivere, con i mobili e tutto il resto. »
« Vuoi vendere la casa? »
Un'altra pausa pietosa, come se fosse sul punto di dirgli qualcosa di molto più importante di tutte le banalità che fino a quel momento le erano uscite.
« Mi dispiace, Marty. »
« Per che cosa? »
Scosse leggermente la testa. I capelli ondeggiarono.
« Non so », rispose.
« Non è colpa tua. Niente di tutto questo è colpa tua. »
« Non posso... farci niente. »
Tacque e alzò lo sguardo verso di lui, improvvisamente più consapevole della profondità delle sue paure - si trattava solo di questo, di paure? - di quanto non lo fosse mai stata durante le decine di incontri che avevano avuto in una di quelle stanzette. Gli occhi, colmi di lacrime, le luccicavano.
« Che cosa c'è che non va? »
Lo fissò, mentre le lacrime brillavano.
« Char... che cosa c'è che non va? »
« È finita, Marty », disse, come se la cosa la colpisse per la prima volta: basta, fine, stammi bene.
Lui annuì: « Sì ».
« Io non voglio che tu... », si fermò, fece una pausa, poi fece un altro tentativo. « Non devi dare la colpa a me. »
« Non ti do nessuna colpa. Non l'ho mai fatto. Cristo, sei venuta tu a trovarmi, vero? Sempre. Odio vederti in questo posto, lo sai. Ma tu sei venuta; quando ho avuto bisogno di te, tu c'eri. »
« Pensavo che si sarebbe sistemato tutto », sussurrò, con un tono che Marty non aveva mai udito da lei. « L'ho pensato davvero. Pensavo che saresti uscito presto. E che forse ce l'avremmo fatta insieme, capisci? Avremmo avuto la nostra casa e tutto il resto. Ma negli ultimi due anni tutto ha iniziato a crollare. »
Marty notò la sua sofferenza e pensò: Non potrà mai dimenticare tutto questo e ne sono responsabile io, sono io il pezzo di merda miserabile, guarda che cos'ho fatto. All'inizio aveva pianto, naturalmente, e gli aveva scritto lettere piene di offese e di mezze accuse, ma il vederla così amareggiata era anche peggio. Non aveva più ventidue anni, oltretutto, per colpa sua era diventata una donna adulta; ed esserne stato la causa lo faceva vergognare profondamente, lo faceva vergognare tanto da pensare di farla finita con tutto.
Lei si soffiò il naso con un fazzolettino di carta.
« È tutto un casino », asserì.
« Già. »
« Voglio soltanto uscirne. »
Diede un'occhiata veloce all'orologio, troppo veloce per vedere bene che ora fosse e si alzò.
« È meglio che me ne vada, Marty. »
« Hai un appuntamento? »
« No... » rispose, mentendo senza nemmeno sforzarsi di nasconderlo. « Devo fare un po' di spesa. Mi fa sempre sentire meglio. Mi conosci. »
No, pensò. Non ti conosco. Se ti conoscevo una volta, e non sono sicuro nemmeno di questo, eri un'altra, e, Dio, quanto mi manchi. Si trattenne. Non era questo il modo di comportarsi con lei; lo sapeva grazie alle visite precedenti. Il trucco era restare freddo, finire con una nota di formalità, in modo da poter tornare alla sua cella e dimenticarla fino alla prossima volta.
« Volevo solo che tu capissi », riprese lei. « Ma non credo di essermi spiegata molto bene. È tutto così maledettamente difficile. »
Non fece cenno di saluto; le stavano rispuntando le lacrime dagli occhi, lui era certo delle sue paure, alle prese com'era con gli avvocati, del suo timore di arrendersi all'ultimo momento - per debolezza, per amore, per tutt'e due - e il fatto di uscire senza nemmeno voltarsi dimostrava chiaramente che voleva tenere lontana quella possibilità.
Stremato dalla tensione, fece ritorno in cella. Feaver stava dormendo. L'avrebbe trovato con la foto di una vulva appiccicata sulla fronte; era uno dei suoi passatempi favoriti. Era come un terzo occhio che, dal di sopra delle palpebre chiuse, continuava a fissare il soffitto, senza speranza di poter mai più dormire.
7
« Strauss? »
Priestley stava in piedi sulla porta aperta, fissando l'interno della cella. Di fianco, sulla parete, qualcuno aveva scarabocchiato: « Quando pensi di essere cornuto, dà un calcio alla porta, ti aprirà un maiale ». Era un luogo comune - ce n'erano a dozzine in altre celle - ma in quel momento, guardando la faccia scarna di Priestley, l'associazione di idee - il nemico e il sesso femminile - gliela fece apparire oscena.
« Strauss? »
« Sì, signore. »
« Il signor Somervale vuole vederti. Alle tre e mezzo circa. Verrò a prenderti io. Fatti trovare pronto alle tre e dieci. »
« Sissignore. »
Priestley si voltò e se ne andò.
« Può dirmi di che si tratta, signore? »
« Come cazzo faccio a saperlo? »
Alle tre e un quarto Somervale stava già aspettando nella stanza degli interrogatori. Di fronte a lui, sul tavolo, giaceva la pratica di Marty chiusa dall'elastico. Accanto c'era una busta senza scritte. Somervale era seduto vicino alla finestra con i vetri antiproiettile e fumava,
« Entra », disse. Non lo invitò a sedersi e nemmeno distolse lo sguardo dalla finestra.
Marty si chiuse la porta alle spalle e aspettò. Somervale emise rumorosamente il fumo dalle narici.
« Di che cosa pensi che si tratti, Strauss? » domandò.
« Come, signore? »
« Ho detto: di che cosa pensi che si tratti, eh? Immagina! »
Marty non capiva dove volesse arrivare e si domandò se fosse lui o Somervale a essere in stato confusionale. Dopo un bel po', Somervale annunciò: « t, morta mia moglie ».
Marty cercò qualcosa di consono da dire, ma Somervale non gli diede il tempo di rispondere. E alla frase di prima ne fece seguire un'altra:
« Ti faranno uscire, Strauss! »
Di colpo, Marty si sentì come se fosse stato messo knock out.
« Me ne andrò con il signor Toy? » domandò.
« Lui e il Comitato pensano che tu sia il più adatto per quel lavoro nella tenuta di Whitehead », disse Somervale. « Figurati. » Fece un suono roco con la gola, che avrebbe anche potuto essere una risata. « Sarai sotto stretta sorveglianza, naturalmente. Non ci sarò io, ma un mio sostituto. E se solo fai una mossa sbagliata... »
« Capisco. »
« Mi domando se capisci davvero. » Somervale mosse leggermente il capo, ma non si voltò. « Mi domando se hai veramente capito che razza di libertà ti sei scelto... »
Marty non permise che le sue parole gli rovinassero l'euforia crescente. Somervale era sconfitto: poteva dire qualsiasi cosa volesse.
« Joseph Whitehead sarà anche uno degli uomini più ricchi d'Europa, ma è anche uno dei più strani, ho sentito dire. Solo Dio sa quello che sta facendo, ma ti assicuro che potresti trovare molto più piacevole la vita qui dentro. »
Le parole di Somervale si dissolsero nell'aria; erano suoni destinati a orecchie sorde. Sia per stanchezza, sia per mancanza di pubblico, sospese quell'inutile monologo tanto velocemente quanto l'aveva iniziato e distolse lo sguardo dalla finestra per definire quella fastidiosa situazione il più speditamente possibile. Marty rimase colpito nel notare il repentino cambiamento di Somervale. In quelle ultime settimane era invecchiato moltissimo; sembrava sopravvivere a stento all'abuso del fumo e alle sofferenze. La pelle assomigliava a pane raffermo.
« Il signor Toy passerà a prenderti ai cancelli venerdì prossimo, di pomeriggio. Venerdì tredici. Sei superstizioso? »
« No. »
Somervale tese la busta in direzione di Marty.
« Ci sono tutti i dettagli. Nei prossimi giorni verrai visitato da un medico e arriverà qualcuno a esaminare questo strano caso di libertà vigilata. Dovremo infrangere delle regole per te, Strauss. Solo Dio sa perché. Soltanto nella tua ala ci sarebbero una decina di candidati più adatti di te. »
Marty aprì la busta, diede una rapida scorsa alle pagine dattiloscritte e se la mise in tasca.
« Non mi rivedrai mai più », stava dicendo Somervale, « cosa che, sicuramente, non ti dispiacerà molto. »
Marty non fece trasparire nessuna emozione dal viso. La sua finta indifferenza sembrò scatenare in Somervale, ormai affaticato, un istinto d'odio sproporzionato. Gli mostrò la sua orribile dentatura, dicendo: « Se fossi in te, ringrazierei Dio, Strauss. Lo ringrazierei dal più profondo del cuore ».
« Per che cosa... signore? »
« Ma forse, dentro di te, non c'è molto posto per Dio, vero? »
Le parole contenevano disprezzo e pena in uguale misura. Marty non riuscì a cacciare dalla mente l'immagine di Somervale tutto solo in un letto matrimoniale; un marito senza più la moglie, e senza nemmeno la speranza di rivederla; un marito incapace di piangere. E a quel pensiero ne seguì subito un altro: il cuore di pietra di Somervale, spezzato da un colpo terribile, non era poi tanto diverso dal suo. Erano entrambi uomini duri, impegnati a tenere a distanza il mondo per combattere fino in fondo le proprie battaglie private. Entrambi destinati a usare armi, create secondo la propria personalità, per sconfiggere i nemici incontrati lungo il cammino. Se Marty non fosse stato euforico per la notizia del suo rilascio, non avrebbe neppure osato pensare. Invece era così. Lui e Somervale, come due lucertole nella stessa pozzanghera puzzolente, sembravano improvvisamente due gemelli.
« A che cosa stai pensando, Strauss? » gli chiese Somervale.
Marty si strinse nelle spalle.
« A niente », rispose.
« Bugiardo », disse l'altro. Prese in mano la pratica, usci dalla stanza degli interrogatori lasciando la porta aperta alle sue spalle.
Il giorno dopo, Marty telefonò a Charmaine e le raccontò quanto era successo. Lei sembrò felice, e questo era gratificante. Quando riappese il ricevitore era tutto tremante ma si sentiva bene.
Trascorse quegli ultimi giorni a Wandsworth osservando tutto con occhi attenti; almeno questa era la sua impressione. I particolari della vita nel carcere che gli erano sembrati così familiari - la crudeltà casuale, i corridoi senza fine, i giochi di potere, i giochi di sesso - tutto gli appariva completamente nuovo, come se fosse tornato indietro di sei anni.
Erano stati anni buttati al vento, naturalmente. Niente poteva ridarglieli, nessuno poteva riempirli di esperienze più utili. Il pensiero era deprimente. Aveva così poco da riportare con sé nel mondo. Due tatuaggi, un fisico che aveva visto giorni migliori, ricordi di rabbia e di disperazione. Il giorno dopo avrebbe rivisto la luce.
8
La notte prima di lasciare Pentonville fece un sogno. Mai, durante gli anni di prigione, aveva avuto incubi da farlo urlare, né sogni di estasi. Anche i sogni di sesso con Charmaine si erano interrotti quasi subito, come se il suo subconscio, cosciente dei confinamento a cui era costretto, volesse evitare di tormentarlo con sogni di libertà. Ogni tanto si svegliava nel cuore della notte con la testa ronzante di glorie passate, ma la maggior parte delle volte i suoi sogni erano tanto senza senso e tanto ripetitivi quanto la vita che conduceva in stato di veglia. Ma questa volta si trattò di qualcosa completamente diversa dal solito.
Sognò una strana cattedrale, un capolavoro incompiuto, probabilmente incompletabile, fatta di torri e spirali, contrafforti che si ergevano troppo grandi per essere veri - la forza di gravità non lo renderebbe possibile - ma incredibilmente reali per la sua mente vagante nelle spire del sogno. Era notte e lui passeggiava sul selciato che rumoreggiava sotto i suoi passi, l'aria sapeva di caprifoglio e dall'interno si sentiva cantare. Voci estatiche, un coro di bimbi, pensò, che si alzavano e si abbassavano di tono. Non si vedeva anima viva nell'oscurità suadente che lo circondava; nessun turista estasiato da quello spettacolo. Solo lui e le voci.
E poi, miracolosamente, si alzò in volo.
Era senza peso, e ascendeva, trasportato dal vento, il lato più scosceso della cattedrale, con velocità mozzafiato. Non gli sembrava di volare come un uccello, ma, paradossalmente, come un pesce in balia di una colonna d'aria ascendente. Come un delfino - sì, ecco che cos'era - con le braccia alternativamente stese lungo il corpo, o aperte per salire meglio nel classico movimento natatorio; un corpo liscio, nudo e lucido che sfiorava le torri e le spirali, la punta delle dita che tastavano l'umidità della pietra facendo cadere minuscole gocce rugiadose. Non riusciva a ricordare di avere mai provato una sensazione così dolce e completa, l'intensità della gioia che provava era talmente profonda che sobbalzò, svegliandosi.
Si ritrovò con gli occhi spalancati nel calore afoso della sua cella, mentre Feaver, sulla brandina sottostante, si stava masturbando. La brandina si muoveva ritmicamente, con velocità crescente, e Feaver arrivo all'orgasmo con un verso soffocato. Marty tentò di estraniarsi dalla realtà per concentrarsi nuovamente sul sogno. Richiuse gli occhi cercando di richiamare quelle immagini, dicendosi coraggio, coraggio nell'oscurità. Come per magia, il sogno ritornò: ma questa volta non era celestiale, era terrorizzante, lui stava cadendo da un'altezza incommensurabile in direzione della cattedrale con le spirali pronte a infilzarlo...
Si risvegliò cercando di cancellare dalla mente quel volo, e restò per il resto della notte a fissare il soffitto fin quando, dalla finestra, non entrò il primo bagliore, le prime luci dell'alba, che annunciavano il nuovo giorno.
9
Non ci fu nessun cielo radioso a salutare il suo rilascio. Era uno dei soliti venerdì pomeriggio, con il solito traffico che andava e veniva sulla Trinity Road.
Quando Marty venne condotto all'uscita trovò Toy che lo aspettava. L'attesa era stata abbastanza lunga, per via delle trafile burocratiche: controllo e restituzione degli oggetti personali, firma e controfirma dei documenti per il rilascio. C'era voluta quasi un'ora di formalità prima che si aprissero le porte e lui potesse finalmente ritornare all'aria aperta.
Dopo una veloce stretta di mano di benvenuto, Toy lo condusse attraverso il giardino antistante la prigione, in direzione di una DaimIer rossa, con un autista al posto di guida.
« Forza, Marty », gli disse aprendo la portiera. « Fa troppo freddo per fermarsi. »
Faceva freddo: il vento era penetrante. Ma non riusciva a congelare la sua felicità. Era un uomo libero, perdio: libero con dei limiti ben precisi, d'accordo, ma quello era solo l'inizio. Per lo meno stava per buttarsi alle spalle la brutta esperienza dei carcere: il bugliolo nell'angolo della cella, le chiavi, i numeri. Ormai doveva solo dimostrarsi all'altezza delle scelte e delle opportunità che lo stavano conducendo fuori da quel posto.
Toy aveva già preso posto sul sedile posteriore.
« Marty », lo chiamò di nuovo, facendogli un cenno con la mano inguantata. « Dovremmo sbrigarci o ci metteremo un sacco di tempo a uscire dalla città. »
« Sì. Eccomi ... »
Marty salì. L'abitacolo della macchina sapeva di pulito, di fumo e di cuoio; era lussuosa.
« Devo mettere la valigia nel baule? » domandò Marty.
L'autista si girò.
« C'è spazio anche qui dietro », disse. Era un indiano, senza uniforme da chaffeur, ma con un semplice giubbotto rovinato; scrutò Marty dalla testa ai piedi senza alcun cenno di sorriso.
« Luther », disse Toy, « Questo è Marty. »
« Sistema la valigia sul sedile anteriore », continuò l'autista; si sporse per aprire lo sportello. Marty ridiscese e fece scivolare la valigia e la borsa di plastica con gli oggetti personali sul sedile anteriore, accanto a un mucchio di giornali e a una copia sgualcita di Playboy, poi andò a sedersi dietro accanto a Toy, sbattendo la porta.
« Non c'è bisogno di sbattere », disse Luther, ma Marty non gli fece caso. Non erano molti i galeotti che venivano prelevati da una Daimler ai cancelli di Wandsworth, stava pensando; forse questa volta era caduto in piedi.
La macchina si allontanò dai cancelli e svoltò a sinistra sulla Trinity Road.
« Luther è con noi, nella tenuta, da due anni », disse Toy.
« Tre », lo corresse l'altro.
« Davvero? » ribatté Toy. « Tre, allora. In genere accompagna me e il signor Whitehead quando va a Londra. »
« Non dovrà farlo più. »
Marty si accorse dello sguardo dell'autista nello specchietto retrovisore.
« Ci sei stato abbastanza a lungo in quel merdaio? » gli domandò l'uomo all'improvviso, senza il minimo ritegno.
« Abbastanza », rispose Marty. Non aveva nessuna intenzione di nascondere niente; non aveva senso. Aspettò l'inevitabile domanda: per che cosa eri dentro? Ma l'altro non gliela fece, rivolgendo nuovamente la sua attenzione alla strada, apparentemente soddisfatto. Marty ne fu contento. Voleva solo concentrarsi sul mondo che gli scorreva accanto e goderselo tutto. La gente, le vetrine, i manifesti pubblicitari; aveva fame di ogni piccolo particolare, anche il più comune. Incollò gli occhi al finestrino. C'era molto da vedere, eppure aveva l'impressione che fosse tutto artificiale, come se le persone per la strada o sulle altre macchine fossero degli attori, intenti a recitare la propria parte a regola d'arte. La sua mente, in preda all'ansia di riordinare tutte le informazioni che le venivano trasmesse - qualcosa di nuovo a ogni angolo, passanti diversi ovunque -si rifiutava semplicemente di riconoscere la realtà. Era tutta una finzione, gli ripeteva il cervello, tutta una finzione. Perché quella gente si comportava come se avesse vissuto senza di lui, come se il mondo avesse continuato a progredire senza di lui e la parte più infantile di lui - quella parte che fa credere di essere invisibile, soltanto nascondendosi gli occhi - non poteva concepire una vita senza la sua presenza.
Naturalmente il suo buonsenso lo spingeva a scacciare questa sensazione. Nonostante gli irrazionali segnali dei suoi sensi confusi, Marty sapeva che il mondo era invecchiato, dall'ultima volta che l'aveva visto. Avrebbe dovuto rifare la sua conoscenza: imparare cosa si era modificato, comprendere le sue nuove regole, i suoi lati pericolosi, il suo potenziale di piacere.
Attraversarono il fiume sul Wandsworth Bridge e si avviarono verso Earl's Court e Shepherd's Bush, e poi sulla Westway. Essendo venerdì pomeriggio, c'era un gran traffico; i pendolari non vedevano l'ora di tornare a casa per il fine settimana. Marty cominciò a fissare gli occupanti delle macchine che sorpassavano, cercando di indovinarne la professione e tentando di attirare l'attenzione delle donne.
Man mano che procedevano, sentì affievolirsi l'iniziale sensazione di stranezza e quando raggiunsero la M40 il suo gioco l'aveva ormai stancato. Toy era seduto tranquillamente nell'angolo del sedile posteriore con le mani conserte. Luther era troppo impegnato a districarsi sull'autostrada.
Dovettero rallentare soltanto una volta. A venti chilometri da Oxford, videro delle luci blu ammiccare sulla strada davanti a loro mentre una sirena, che si faceva strada alle loro spalle, annunciava un incidente. La fila di macchine rallentò, come la processione di credenti che si ferma a pregare davanti alla bara.
Una macchina era slittata superando il guardrail e si era scontrata, frontalmente, con un camion che arrivava dalla direzione opposta. Tutte le corsie di sinistra erano bloccate, sia dall'incidente sia dalle macchine della polizia e il traffico era stato deviato lungo la corsia d'emergenza. « Riesci a vedere cos'è successo? » domandò Luther, troppo impegnato a seguire le segnalazioni dei poliziotti per guardare personalmente. Marty gli descrisse la scena nel miglior modo possibile.
Un uomo, con il sangue che gli colava copiosamente sul viso, stava in mezzo a tutto il caos, ipnotizzato dallo choc. Dietro di lui, un gruppetto di persone -poliziotti e passeggeri tratti in salvo - raggruppati attorno alla sezione frontale dell'auto, cercavano di farsi udire da qualcuno intrappolato sul sedile di guida. Aveva perso i sensi, non si muoveva. Mentre oltrepassavano la scena, una soccorritrice, con il cappotto sporco del suo stesso sangue e di quello dell'autista, si allontanò dalla macchina e iniziò ad applaudire. Così, almeno, Marty interpretò il suo gesto di battere le mani: un applauso. Era come se stesse provando la stessa delusione che aveva provato lui poco prima - tutto molto reale ma, infine, soltanto un'illusione che in pochi attimi sarebbe sparita. Avrebbe voluto sporgersi dal finestrino e gridarle che aveva torto; che quella era la realtà - donne dalle cosce lunghe, cielo color cristallo e tutto il resto. Ma anche lei l'avrebbe saputo il giorno dopo, non è vero? E allora avrebbe avuto un sacco di tempo per soffrire. Ma per ora applaudiva, e stava ancora applaudendo quando l'incidente era tanto lontano da scomparire alla loro vista.
II
La volpe
10
Istituto, Whitehead lo sapeva bene, era un termine ambiguo. Poteva essere indifferentemente un luogo di culto, un rifugio, un posto in cui si imparava. Poteva anche significare qualcosa di completamente diverso: poteva essere un manicomio, una fossa dove seppellire menti straziate. Era solo un giochetto semantico, disse tra sé e sé, niente di più. E allora perché continuava a pensare a quell'ambiguità?
Sedeva nella solita comoda poltrona vicino alla finestra, dove da tempo ormai trascorreva le serate osservando il calare della notte sul giardino, pensando, senza darci molto peso, come una cosa potesse essere contemporaneamente anche un'altra; come fosse difficile tener duro in qualsiasi circostanza. La vita era un brutto affare. Whitehead aveva imparato la lezione da tempo da un vero maestro e non l'aveva più dimenticata. Per quanto si potesse essere gratificati dalle buone azioni o da chissà che altro, tutto dipendeva dalla fortuna. Era inutile appellarsi ai numeri o alle divinità, in fondo non serviva a nulla. La fortuna appartiene all'uomo capace di rischiare tutto in un’unica giocata.
Lui l'aveva fatto. Non una volta sola, ma moltissime, all'inizio della sua carriera, quando ancora stava ponendo le fondamenta del suo impero. E grazie a quello straordinario sesto senso che possedeva, all'abilità di attaccare sempre per primo, era stato ampiamente ripagato. Altre società avevano i propri assi nella manica: computer capaci di effettuare calcoli fantascientifici, consulenti con l'orecchio costantemente puntato sull'andamento delle Borse di Tokyo, di Londra o New York, ma niente di tutto questo poteva competere con l'istinto di Whitehead. Era di dominio pubblico che, quando c'era da captare il momento, quando tutto doveva coincidere in modo tale da trasformare una buona decisione in una grande decisione, in un colpo da maestro, nessuno poteva essere all'altezza del Buon Vecchio Whitehead, e tutti coloro che lavoravano nella sua società prima di qualsiasi ulteriore espansione o prima di firmare qualsiasi contratto, richiedevano sempre il suo consiglio oracolare.
Sapeva che tutto quel potere, praticamente assoluto, era oggetto di risentimento per molti. Ovviamente c'era chi sosteneva che dovesse andare in pensione e lasciare tutto nelle mani dei laureati e dei computer. Ma era stato Whitehead a creare quell'impero, grazie al suo sesto senso e alla sua scelta oculata dei rischi: sarebbe stata un'idiozia rinunciare a tutto, quando ancora era in grado di mantenere saldo il timone. Inoltre, il vecchio aveva dalla sua un argomento che i nuovi arrivati non potevano contraddire: il suo metodo funzionava. Non era mai stato in una scuola vera e propria; prima di diventare famoso, la sua vita era stata - a dispetto dei giornalisti - piuttosto piatta, ma era riuscito a creare la Whitehead Corporation dal nulla, e il destino di questa era ancora la sua preoccupazione maggiore.
Comunque, quella sera, nella sua poltrona (una poltrona per morirci, pensava talvolta) non vi era posto in lui per nessun sentimentalismo. Quella sera provava solo una gran pena, pena per il vecchio che era diventato.
Come odiava la vecchiaia! Faceva fatica a sopportare di essere ridotto in quel modo. Non che fosse infermo: c'erano soltanto una dozzina di fastidi che cospiravano contro il suo benessere e che raramente gli facevano passare una giornata senza qualche irritazione - la bocca ulcerata, un brufolo tra le natiche -concentrando così la sua attenzione sul proprio corpo quando, invece, sarebbe stata necessaria altrove. Il succo della vecchiaia, pensava, era la distrazione e lui non poteva permettersi il lusso di avere pensieri inutili. Era pericoloso concentrarsi su un prurito o su un'ulcera. Sarebbe bastato un attimo di disattenzione e sarebbe successo qualcosa. Ecco perché non si sentiva a suo agio. Non distogliere lo sguardo: non pensare di essere al sicuro, vecchio mio, perché ho un messaggio per te: il peggio deve ancora venire.
Toy bussò alla porta prima di entrare.
« Bill ... »
Whitehead si dimenticò momentaneamente del prato e dell'oscurità che stava calando e volse lo sguardo verso il suo amico.
« ... sei arrivato! »
« Sì, Joe. Siamo in ritardo? »
« No, no. Problemi? »
« Tutto bene. »
« Bene. »
« Strauss è da basso. »
Avvolto dalla luce del crepuscolo, Whitehead si diresse verso il tavolo e si versò un bicchiere di vodka. Si era trattenuto dal bere fino a quel momento; un modo per celebrare l'arrivo di Toy.
« Ne vuoi uno? »
Era una domanda di rito, alla quale seguiva una risposta altrettanto rituale: « No, grazie ».
« Allora, hai intenzione di tornare in città? »
« Dopo che avrai incontrato Strauss. »
« E troppo tardi per il teatro. Perché non resti, Bill? Ci andrai domani, con la luce del giorno. »
« Ho delle cose da sbrigare », disse Toy, calcando sulla frase e offrendo un sorriso gentilissimo. Anche questo era un rito, uno dei tanti che si verificavano tra i due uomini. Il lavoro di Toy a Londra, di cui il vecchio era a conoscenza, non aveva niente a che vedere con la società e non ci furono ulteriori domande al proposito; era sempre così.
« E qual è la tua impressione? »
« Su Strauss? Più o meno quella che ho avuto durante il colloquio: penso che vada bene. Ma, se così non fosse, ce ne sono a migliaia in quel posto. »
« Ho bisogno di qualcuno che non si spaventi tanto facilmente. Le cose potrebbero mettersi male. »
Toy emise un verso indefinibile e si augurò che la conversazione prendesse un'altra piega. Dopo una giornata piena di impegni era stanchissimo e non vedeva l'ora che si facesse sera; non aveva alcuna voglia di toccare quell'argomento.
Whitehead aveva posato gli occhiali sul vassoio ed era tornato alla finestra. Ormai anche nella stanza stava calando l'oscurità e il vecchio, che dava le spalle a Toy, sembrava una figura monolitica. Dopo trent'anni al servizio di Whitehead - pur avendo avuto scarsissimi scontri di vedute - Toy nutriva ancora lo stesso timore reverenziale nei suoi confronti, come se il vecchio avesse su di lui potere di vita o di morte. Gli ci volle qualche attimo per ritrovare il suo equilibrio e tornare ad affrontare Whitehead: in occasione di simili discorsi si ritrovava a balbettare ancora come all'inizio dei loro rapporti. Era una reazione legittima, pensava. Quell'uomo era il potere: un potere assai maggiore di quanto lui stesso avesse mai potuto immaginare e desiderare di avere e che gravava tutto sulle possenti spalle di Joe Whitehead, con illusoria leggerezza. Durante tutti quegli anni di stretto rapporto di lavoro non aveva mai visto Whitehead alla ricerca di un gesto appropriato. Era semplicemente l'essere più sicuro di sé che Toy avesse mai conosciuto: pienamente cosciente della sua supremazia, era talmente indeflettibile e acuto che una sua parola poteva distruggere un uomo, rovinarlo per tutta la vita, arrestargli la carriera. Toy aveva assistito a questi annientamenti - e spesso di uomini che lui considerava tra i migliori - un migliaio di volte, e ogni volta si domandava (come in quel momento, guardando Whitehead di spalle) perché il grand'uomo passasse le sue giornate in sua compagnia. Forse era solo per tradizione. Solo per questo? Tradizione e affetto.
« Sto pensando di far riempire d'acqua la piscina in giardino. »
Grazie al cielo Whitehead aveva cambiato discorso. Niente ricordi del passato, almeno per quella sera.
« ... anche se non nuoto più, nemmeno d'estate. »
« Mettici dei pesci. »
Whitehead voltò leggermente la testa per vedere l'espressione di Toy. Nel tono della sua voce non vi era alcuna ironia, ma Whitehead, che sapeva quanto fosse facile offendere la sua sensibilità quando non intendeva scherzare, lo osservò con attenzione. Toy non stava scherzando.
« Pesci? » ripeté allora il vecchio.
« Carpe ornamentali, forse. Come si chiamano? Koi? Squisite. »
A Toy, la piscina piaceva. Di notte veniva illuminata dal basso ed era mossa da vortici affascinanti, di un incantevole color turchese. Se l'aria si faceva leggermente fredda, l'acqua, riscaldata, emanava folate di vapore che si dissolveva a qualche metro dalla superficie. In effetti, anche se aveva sempre odiato nuotare, la piscina era il suo posto preferito. Non era sicuro che Whitehead lo sapesse: forse sì. Papà sa molte cose, anche se non se ne parla mai.
« Ti piace la piscina », asserì Whitehead.
Ecco fatto.
« Sì, molto. »
« Allora la terremo. »
« Beh, non solo ... »
Whitehead fece un gesto con le mani per fermare qualsiasi discussione, contento di aver fatto quel dono.
« La terremo », disse, « e tu la puoi riempire di Koi. »
Tornò a sedersi sulla poltrona.
« Devo accendere le luci del prato? » domandò Toy.
« No », rispose Whitehead. La debole luce che filtrava dalla finestra gli disegnava un profilo bronzeo, che lo faceva sembrare un ritratto del Rinascimento, un Medici, forse, dagli occhi stanchi e incavati, con barba bianca e baffi ben rasati. Dava l'impressione di essere troppo debole, per essere l'unica colonna a sostenere l'intera costruzione. Consapevole di fissare con troppa insistenza la schiena del vecchio e sapendo che se ne sarebbe accorto, Toy si scrollò di dosso il letargo di quella stanza e si costrinse a entrare in azione.
« Beh, devo portare su Strauss, Joe? Lo vuoi vedere o no? »
Le parole ci misero millenni ad attraversare la stanza, tagliando l'oscurità. Per un po' Toy non fu nemmeno certo che Whitehead l'avesse sentito.
Poi l'oracolo parlò. Non fu una profezia, ma una domanda.
« Sopravviveremo, Bill? »
Furono parole proferite in modo così quieto e leggero che sembrarono galleggiare nell'aria. Il cuore di Toy subì un tonfo. Di nuovo la solita storia, il solito ritornello paranoico.
« La gente chiacchiera, Bill. Ci dev'essere un fondo di verità. »
Il vecchio stava ancora guardando fuori della finestra. C'era un volo di corvi nel bosco, oltre il prato. Stava guardandoli? Toy ne dubitava. Negli ultimi tempi aveva sorpreso spesso Whitehead in quell'atteggiamento pensieroso, intento a riesaminare il passato con la mente. Non poteva avere accesso ai suoi pensieri, ma riusciva a immaginare quali fossero i timori di Whitehead - dopotutto, era con lui dall'inizio - e lo conosceva talmente bene da augurarsi di non dover mai condividere con il vecchio quei pensieri, per quanto gli fosse affezionato. Non era abbastanza forte; aveva iniziato come guardia del corpo di Whitehead trent'anni prima. Ormai indossava soltanto abiti da quattrocento sterline e le sue unghie erano sempre perfettamente curate. Ma la mente era rimasta la stessa, superstiziosa e fragile. I sogni, i grandi sogni, non rientravano nel suo carattere. E nemmeno gli incubi.
Ed ecco Whitehead rifare ancora la domanda:
« Sopravviveremo? »
Questa volta Toy si sentì obbligato a dare una risposta meno evasiva.
« Va tutto bene, Joe. Lo sai. I profitti sono in aumento in quasi tutti i settori... »
Ma il vecchio non stava cercando risposte incomplete e Toy lo sapeva. Non riuscì ad aggiungere altro, sempre più teso. Guardava fisso Whitehead, senza batter ciglio, mentre il buio incominciava a invadere la stanza. Chiuse le palpebre. Nella sua mente iniziarono a danzare delle immagini (ruote, stelle e finestre) e, quando riaprì gli occhi, la notte aveva definitivamente invaso il locale.
Il profilo bronzeo era ancora immobile ma iniziò a parlare, e le parole sembravano arrivare dalle viscere di Whitehead, imbevute di terrore.
« Ho paura, Willy, non sono mai stato tanto terrorizzato in vita mia. »
Il vecchio parlava lentamente, senza la minima enfasi, come se non desse il minimo peso alla drammaticità di ciò che stava dicendo o come se volesse rifiutarsi di ingigantire la cosa ulteriormente.
« Per tutti questi anni ho vissuto senza il minimo terrore; mi ero dimenticato che cosa vuol dire. Mi ero dimenticato come ti coinvolge, come frena la volontà di un individuo. Rimango seduto qui, giorno dopo giorno. Chiuso in questo posto, protetto dai sistemi d'allarme, da siepi, da cani. Guardo il prato e gli alberi... »
E stava guardando.
« ... e poi la luce comincia a diminuire. »
Fece una pausa: un silenzio, lungo e profondo, interrotto soltanto dalle cornacchie lontane.
« La notte riesco a sopportarla. Non è piacevole, ma almeno non è ambigua. È il tramonto che mi distrugge. Quello è il momento in cui mi assalgono gli incubi. Quando la luce comincia a sbiadire e più niente è reale, niente più è solido. Solo forme. Le cose che una volta avevano sostanza... »
Quell'inverno era stato pieno di serate di quel genere: contraddistinte da un grigio piovigginare che ovattava i suoni e annullava lo spazio; settimane di luce incerta, quando un'aurora triste si trasformava in un tramonto triste, senza l'intervento del giorno. Erano state poche le giornate fredde come quella: un mese scoraggiante dopo l'altro .
« Ormai mi siedo qui tutte le sere », riprese il vecchio. « È una prova che impongo a me stesso. Sedere e osservare come tutto si rovina. Sfidando tutto. »
Toy riuscì a percepire l'intensità della disperazione di Papà. Non era mai stato così; nemmeno dopo la morte di Evangeline.
Oramai, sia fuori sia dentro, c'era il buio completo; le luci del prato erano spente e non si distingueva più niente. Ma Whitehead continuava a sedere di fronte alla finestra.
« È tutto là, naturalmente », osservò.
« Che cosa? »
« Gli alberi, il prato. Quando tornerà l'alba tornerà, riapparirà tutto. »
« Sì, naturalmente. »
« Sai, quando ero un bambino pensavo che qualcuno, durante la notte, arrivasse e si portasse via tutto, per poi tornare a rimettere ogni, cosa a posto, la mattina seguente. »
Si stirò sulla poltrona passandosi una mano sulla testa. Era quasi impossibile vedere quello che stava facendo.
« Tutte le cose che crediamo quando siamo bambini non le dimentichiamo più, non trovi? Restano dentro di noi e prima o poi tornano a galla. È sempre la solita storia, sai, Bill? Cioè, noi pensiamo di andare avanti, di diventare più forti, più saggi, ma la storia è sempre la stessa. »
Sospirò e si voltò alla ricerca di Toy. Dal corridoio, attraverso la porta, filtrava della luce. E anche se Whitehead stava dall'altra parte della stanza, gli si vedevano chiaramente gli occhi e le guance luccicanti di lacrime.
« Sarà meglio accendere la luce, Bill », disse.
« Sì. »
« E portami su Strauss. »
Nella sua voce non si sentiva la minima traccia di incrinatura. Ma Joe era un esperto nel camuffare i propri sentimenti e Toy lo sapeva bene. Era capace di essere talmente ermetico che nemmeno un telepatico gli avrebbe letto nel pensiero. Un'abilità di cui si serviva spesso nelle riunioni di lavoro con effetto devastante: nessuno riusciva a capire ciò che passava nella mente del vecchio. Probabilmente aveva imparato quella tecnica giocando a carte. Sapeva anche aspettare.
11
Dal cancello elettrico della tenuta di Whitehead si entrava in un altro mondo. File di siepi perfettamente curate costeggiavano entrambi i lati del vialetto in ghiaia; a destra si stendeva una specie di foresta che spariva oltre la fila di cipressi che avvolgeva anche la casa. Era pomeriggio inoltrato quando arrivarono, ma la luce calante e la nebbiolina che si alzava dai bordi del prato rasato e dagli alberi aumentavano il fascino di quel posto.
La casa principale era meno spettacolare di quanto Marty si fosse aspettato; si trattava di una grande casa di campagna stile Georgia, solida ma piatta, con ali moderne aggiunte a quella originaria. Oltrepassarono la porta principale con la veranda costeggiata da colonne e si diressero verso un ingresso laterale, da dove Toy lo fece entrare in cucina.
« Posa le valigie e prenditi una tazza di caffè », disse. « Io vado di sopra dal padrone. Mettiti a tuo agio. »
Rimasto da solo per la prima volta dopo aver lasciato Wandsworth, Marty provò una sensazione di disagio. La porta alle sue spalle era aperta; non c'erano serrature alle finestre, nessun secondino in perlustrazione nei corridoi oltre la cucina. Paradossalmente, provò la sensazione di essere allo scoperto, di essere vulnerabile. Lasciò passare qualche minuto, si alzò dal tavolo, accese la luce fluorescente (stava facendosi buio, e lì non c'erano interruttori automatici) e si versò un tazzone di caffè nero dalla caffettiera. Era forte e piuttosto amaro, preparato con cura, non come quella robaccia senza sapore a cui era abituato.
Venticinque minuti più tardi tornò Toy, che si scusò del ritardo e gli riferì che il signor Whitehead lo stava aspettando.
« Lascia qui le valigie », aggiunse. « Ci penserà Luther. »
Toy gli fece strada dalla cucina, che faceva parte dell'ala nuova, conducendolo nella parte principale. I corridoi erano bui, ma per Marty ogni angolo era stupefacente. Quella casa era un museo. I quadri ricoprivano le pareti dal pavimento al soffitto; sui tavoli e sugli scaffali spiccavano vasi e figure in ceramica dagli smalti luccicanti. Ma non c'era tempo per soffermarsi. Proseguirono in quel labirinto di corridoi, mentre il senso dell'orientamento di Marty andava sempre più in confusione e finalmente raggiunsero lo studio. Toy bussò, aprì la porta e introdusse Marty.
Avendo a disposizione soltanto il ricordo di una vecchia fotografia, Marty si accorse di essersi fatto un'immagine completamente sbagliata del suo nuovo datore di lavoro. Se si era immaginato una certa fragilità, si trovò di fronte a un uomo robusto. Se si era immaginato un personaggio eccentrico e svanito, trovò invece uno sguardo sottile e acuto in grado di esaminarlo, fin dal primo istante in cui fece ingresso nello studio, con efficienza e umorismo.
« Benvenuto, signor Strauss », disse Whitehead.
Le tende, alle spalle di Whitehead, erano ancora aperte e, improvvisamente, dalla finestra si videro i fari in giardino accendersi, illuminando il verde penetrante del prato per un'area di duecento metri. Sembrava una regia preordinata. Whitehead si incamminò alla volta di Marty. Sebbene fosse un uomo di grossa corporatura, e molta della sua muscolatura si fosse trasformata in grasso, nel suo corpo non c'era nessuna goffaggine. La grazia del suo portamento, la gentilezza quasi ostentata della mano che tendeva a Marty, la flessibilità delle dita; tutte qualità che suggerivano l'idea di un uomo che ha un buon rapporto con il proprio fisico.
Si strinsero la mano. O era Marty ad averla calda oppure il vecchio ad averla fredda: subito, Marty pensò di esserne il responsabile. Un uomo come Whitehead, sicuramente, non era mai né troppo caldo né troppo freddo; doveva essere in grado di controllare la propria temperatura con la stessa abilità con cui controllava le proprie finanze. Non era stato Toy a dire in macchina, durante le brevi conversazioni che avevano avuto, che Whitehead non era mai stato seriamente malato in tutta la sua vita? In quel momento Marty si trovava di fronte alla prova di ciò che aveva sentito. Nemmeno il minimo segno di flatulenza avrebbe osato attaccare le viscere di quell'uomo.
« Sono Joseph Whitehead », disse Whitehead. « Benvenuto al santuario. »
« Grazie. »
« Vuoi qualcosa da bere? Per celebrare. »
« Sì, grazie. »
« Che cosa preferisci? »
Improvvisamente si sentì la mente vuota e provò la sensazione di essere un pesce fuori dall'acqua. Fortunatamente, Toy venne in suo soccorso suggerendogli.
« Uno scotch? »
« Perfetto. »
« Per me il solito », disse Whitehead. « Vieni a sederti, signor Strauss. »
Le poltrone erano comode; non antiche, come i tavoli nei corridoi, ma funzionali, pezzi di mobilio moderni. Tutta la stanza aveva quello stile: era un ambiente di lavoro, non un museo. Anche i pochi quadri appesi alle pareti blu scuro sembravano moderni, almeno così parve all'occhio inesperto di Marty. Quello che più colpiva, sistemato in un posto importante, portava la firma di Matisse e ritraeva una donna color rosa nauseante distesa su una sdraio gialla altrettanto nauseante.
« Ecco il whisky. »
Marty afferrò il bicchiere che gli stava tendendo Toy.
« Abbiamo fatto comprare da Luther una serie di abiti nuovi per te; sono nella tua stanza », riprese Whitehead rivolgendosi a Marty. « Soltanto un paio di vestiti, camicie e cose del genere, tanto per cominciare. Più avanti, magari, ti manderemo a fare altre spese da solo. » Svuotò completamente il suo bicchiere di vodka prima di continuare. « Distribuiscono ancora vestiti ai prigionieri o hanno sospeso questa abitudine? Non sarebbe molto delicato di questi tempi. La gente potrebbe pensare che uno diventi un criminale per necessità... »
Marty si sentiva a disagio: non riusciva a capire se Whitehead lo stesse prendendo in giro. Il monologo proseguì in tono piuttosto amichevole, mentre Marty vi cercava qualche punta di ironia. Ma era difficile. Ascoltando il discorso di Whitehead, si ricordò di quante più sottigliezze esistessero nel mondo esterno. La parlantina ricca e svariata di quell'uomo avrebbe fatto impallidire l'oratore più in gamba di Wandsworth. Toy mise nelle mani di Marty un ulteriore bicchiere di whisky, ma questi non ci fece molto caso. La voce di Whitehead era ipnotica e stranamente calmante.
« Toy ti ha spiegato qual è il tuo compito, vero? »
« Sì, credo di sì. »
« Voglio che tu ti senta a casa tua qui, Strauss. Cerca di ambientarti. Ci sono solo un paio di posti a cui ti è vietato l'accesso; te li mostrerà Toy. Ti prego di osservare quei divieti. Il resto della proprietà è a tua disposizione. »
Marty annuì con il capo e bevve il suo whisky; gli scivolò in gola come mercurio.
« Domani... »
Whitehead si alzò, interrompendosi e tornò alla finestra. L'erba brillava come se fosse stata dipinta di fresco.
« ... faremo una passeggiata, tu e io. »
« Bene. »
« Ti mostrerò quello che c'è da vedere. Ti presenterò a Bella e anche agli altri. »
Ma quanto personale c'era? Toy non ne aveva fatto cenno, ma era ovvio che ce ne fosse parecchio: guardie, cuochi, giardinieri. Quel posto, con tutta probabilità, brulicava di gente.
« Torna a trovarmi domani, eh? »
Marty finì lo scotch rimasto nel bicchiere e Toy gli fece cenno che era arrivato il momento di alzarsi. Whitehead sembrava improvvisamente aver perso interesse nei due uomini. La sua attenzione era finita, almeno per quel giorno; aveva già il pensiero da qualche altra parte, mentre, dalla finestra, fissava il prato illuminato.
« Sì, signore. A domani. »
« Ma prima di venire... » riprese Whitehead, tornando con lo sguardo su Marty.
« Sì, signore. »
« Raditi i baffi. Potrebbero pensare che hai qualche cosa da nascondere. »
12
Toy accompagnò Marty in un giro di perlustrazione della casa prima di condurlo di sopra, promettendogli una visita più completa quando non avesse avuta tutta quella fretta. Lo lasciò in una stanza grande e ariosa che stava all'ultimo piano sul lato dell'edificio.
« Questa è la tua stanza », annunciò. Luther aveva lasciato la valigia e la borsa di plastica sul letto; il loro cattivo stato sembrava fuori posto nella funzionalità di quella stanza. Come nello studio, anche qui l'arredamento era moderno.
« È un po' spoglia adesso », disse Toy. « Per cui fa' pure quello che vuoi. Se hai delle fotografie... »
« No davvero. »
« Beh, bisognerà mettere qualcosa sulle pareti. Ci sono dei libri », accennando con il capo a un angolo della stanza, dove c'erano numerosi scaffali che lamentavano il peso di grossi volumi, « ma anche la biblioteca da basso è a tua disposizione. Ti insegnerò il sistema di archivio la settimana prossima, quando ti sarai sistemato. C'è anche un videoregistratore qui e uno di sotto. Joe non è molto interessato in questo genere di cose, per cui fa' da solo. »
« Sembra tutto bello. »
« C'è un piccolo guardaroba sulla sinistra. Come già ti ha detto Joe, ci troverai dei vestiti nuovi. Il bagno è oltre quella porta. Anche la doccia e tutto il resto. Penso sia tutto. Spero ti troverai bene. »
« È perfetto », annuì Marty. Toy diede un'occhiata all'orologio e si voltò per andarsene.
« Prima che se ne vada... »
« Problemi? »
« Nessun problema », si affrettò a dire Marty. « Cristo, no, nessun problema. Voglio solo che sappia quanto le sono grato... »
« Non ce n'è bisogno. »
« Ma è così », continuò lui; era da quando avevano imboccato la Trinity Road che aveva cercato di intavolare questo discorso. « Le sono molto grato. Non so come e perché abbia scelto me... ma le sono grato. »
Toy sembrava leggermente a disagio di fronte ai suoi ringraziamenti, ma Marty, ora, si sentiva più sollevato.
« Credimi, Marty. Non ti avrei scelto se non avessi creduto realmente che tu sei in grado di svolgere questo lavoro. Adesso sei qui. Dipende tutto da te. Ci sarò anch'io, naturalmente, ma dovrai fare tutto da solo. »
« Sì. Me ne rendo conto. »
« Ti devo lasciare. Ci vediamo la settimana ventura. A proposito, Pearl ha lasciato del cibo per te. Buonanotte. »
« Buonanotte. »
Toy lo lasciò solo. Lui andò a sedersi sul letto e aprì la valigia. I vestiti sistemati alla meglio sapevano di detersivo della prigione e non se la sentì di tirarli fuori. Continuò a frugare sul fondo finché le mani non toccarono il rasoio e la schiuma da barba. Poi si svestì, lasciò cadere i vecchi vestiti per terra, e si diresse in bagno.
Era spazioso, pieno di specchi e fantasticamente illuminato. Sulla rastrelliera riscaldata erano stati appesi degli asciugamani freschi di bucato. C'era la doccia, il bagno e anche il bidet: una sovrabbondanza di accessori sanitari. Per tutto quanto avesse potuto accadergli in quel posto, sarebbe stato pulito. Accese la luce dello specchio e sistemò il necessario per radersi sul ripiano in vetro sopra il lavandino. Non ci sarebbe stato bisogno dei suoi oggetti. Toy, o forse Luther, gli avevano preparato un set completo: rasoio, pre-shave, schiuma da barba, acqua di colonia. Tutti intatti, nuovissimi: aspettavano solo lui. Si guardò allo specchio; si fece un attento esame, atteggiamento tipico delle donne, ma che anche gli uomini adottano di tanto in tanto quando si trovano in bagno chiusi a chiave. Sul suo viso c'erano i segni della tensione della giornata: aveva la pelle anemica e borse gonfie sotto gli occhi. Scrutò attentamente il proprio viso domandandosi se trasparisse il suo passato, con i più sporchi dettagli; era tutto segnato troppo profondamente per essere cancellato?
Aveva bisogno di un po' di sole, senza dubbio, e dell'esercizio fisico da fare all'aperto. Da domani, pensò, a nuovo regime. Avrebbe corso tutti i giorni finché avesse raggiunto una forma talmente buona da non essere riconoscibile. Sarebbe anche andato da un bravo dentista. Aveva le gengive che sanguinavano troppo frequentemente e in un paio di punti si stavano staccando dai denti. Era orgoglioso dei suoi denti: erano regolari e forti, come quelli di sua madre. Cercò di sorridere allo specchio, ma anche il suo sorriso aveva perso la luminosità di una volta. Avrebbe dovuto esercitarsi anche in questo: era tornato nel mondo libero e, forse, il suo sorriso gli sarebbe servito per corteggiare qualche donna.
Spostò l'attenzione dal viso al corpo. C'era una cintura di grasso sui muscoli addominali: con tutta probabilità aveva superato il suo peso forma. Avrebbe dovuto lavorare anche su questo. Avrebbe dovuto osservare una dieta e mantenersi in esercizio finché non avesse raggiunto nuovamente il peso che aveva quando era entrato a Wandsworth. Ma, a parte il peso extra, si sentiva piuttosto bene. Forse le luci morbide lo ingannavano, ma la prigione non sembrava averlo cambiato poi molto. Aveva ancora tutti i capelli; non aveva cicatrici, a parte i tatuaggi e una piccola escrescenza a sinistra della bocca, non era drogato. Dopotutto, forse, era sopravvissuto.
Nell'attento esame di se stesso, gli era scivolata la mano sull'inguine e si accorse di avere un inizio di erezione. Non stava pensando a Charmaine. Se c'era una ragione per quell'eccitazione era solo narcisistica. Molti dei prigionieri con cui aveva vissuto avevano trovato facile sfogare la propria sete sessuale con i compagni di cella, ma Marty non era mai riuscito ad accettare quell'idea. Non solo - anche se il motivo era principalmente quello - perché l'atto lo disgustava, ma perché sarebbe stata una forzatura troppo innaturale. Quello era un altro modo in cui la prigione umiliava l'uomo. Così, aveva dimenticato la propria sessualità, usando il cazzo soltanto per pisciare e per poche altre cose. In quel momento, giocherellandoci come un adolescente, si domandò se fosse ancora in grado di usarlo.
Fece scorrere acqua tiepida nella doccia, ci entrò e cominciò a sfregarsi vigorosamente dalla testa ai piedi con bagno schiuma al profumo di limone. In una giornata piena di gioie, quella era probabilmente la più grande. L'acqua era stimolante, era come trovarsi sotto la pioggia primaverile. Il corpo comincio a risvegliarsi. Si, proprio così, pensò, ero morto e sto tornando in vita. Era stato seppellito nel buco del culo del mondo, un buco tanto profondo che non pensava di uscirne mai più, ma c'era riuscito, maledizione. Adesso era fuori. Si risciacquò e poi ripeté il rito dall'inizio; facendo scorrere l'acqua più calda e più forte. Il bagno si riempì di vapore e del rumore dell'acqua che scrosciava sulle piastrelle.
Quando uscì dalla doccia, si sentì la testa intontita per il calore, il whisky e la fatica. Tornò allo specchio e con il pugno disegnò un ovale sul vapore condensato. L'acqua aveva fatto cambiare colore alle guance. I capelli gli stavano attaccati alla testa come se fossero una cuffia marroncina. Li avrebbe fatti crescere, pensò, finché Whitehead non avesse avuto qualcosa da obiettare. Ma c'era qualcosa di importante da fare: doveva rasare i baffi condannati. Non era particolarmente peloso. Quei baffi avevano impiegato parecchie settimane per crescere e aveva anche dovuto sopportare i soliti stupidi commenti nell'attesa. Ma se il boss lo voleva rasato, chi poteva discutere? Il commento di Whitehead era un ordine, non un suggerimento.
Nonostante il mobiletto del bagno fosse perfettamente fornito (c'era di tutto, dall'aspirina al preparato più letale), non c'erano forbici e dovette insaponare abbondantemente i peli per ammorbidirli e agire direttamente con il rasoio. La lama protestò, e anche la sua pelle, ma, colpo dopo colpo, il labbro superiore tornò a farsi vedere, e i baffi, costati tanta fatica, cadevano nel lavandino in una poltiglia insaponata, e venivano portati via dal getto d'acqua. Passò mezz'ora prima che fosse soddisfatto del proprio lavoro. Si era tagliato in due o tre punti e tamponò il sangue con un po' di saliva.
Ormai il vapore si era dissolto e la sua immagine si rifletteva chiaramente nello specchio. Si guardò il viso allo specchio. Il labbro superiore nudo era rosa e vulnerabile, la scanalatura al centro era curiosamente perfetta, ma quell'improvvisa nudità non era poi tanto male.
Contento, risciacquò con lena il lavandino dai baffi rimasti, si avvolse il torace con un asciugamano e tornò in camera. Grazie al riscaldamento centrale era già asciutto, non aveva alcun bisogno di sfregarsi con il telo di spugna. Sedendosi sul letto, si rese conto di aver fame. C'era del cibo per lui in cucina, almeno così aveva detto Toy. Beh, forse era il caso di sdraiarsi su quel letto immacolato, posare la testa sul cuscino profumato e chiudere gli occhi per una mezz'oretta, avrebbe potuto alzarsi più tardi e andare alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Buttò via l'asciugamano e rimase disteso sul letto cercando di coprirsi con il copriletto, e mentre faceva questo, si addormentò. Non fece alcun sogno o, quanto meno, dormì talmente bene da dimenticarsene.
Fu subito mattina.
13
Se anche si fosse dimenticato della disposizione della casa dopo il breve giro della sera precedente, bastò un inconfondibile aroma per condurlo fino in cucina: profumo di prosciutto affumicato che stava friggendo e caffè fresco. Ai fornelli c'era una donna dai capelli rossi. Si distolse dal lavoro che stava svolgendo e salutò.
« Devi essere Martin », disse. Parlava con una leggera inflessione irlandese. « Ti sei svegliato tardi. »
Diede un'occhiata all'orologio sulla parete. Erano le sette passate da poco.
« È una bella giornata per iniziare. »
La porta sul retro era aperta. Attraversò la cucina e andò a vedere che tempo faceva. Era bello; il cielo era schiarito. La rugiada era come zucchero in polvere sul prato. Lontano, tra la nebbiolina, riusciva a distinguere quelli che dovevano essere i campi da tennis oltre i quali c'era una macchia d'alberi.
« A proposito, io sono Pearl », gli comunicò la donna, « cucino per il signor Whitehead. Hai fame? »
« Sì, adesso che sono qui. »
« Noi di casa crediamo molto nella prima colazione. È qualcosa che deve ben predisporre alla giornata. » Era intenta a trasferire il bacon dalla friggitrice al forno. Il piano di lavoro vicino al camino era cosparso di generi alimentari: pomodori, salsicce, fette di dolce al cacao. « C'è del caffè qui. Serviti da solo. »
La caffettiera sbuffava ancora mentre si versava il caffè nel tazzone, lo stesso, nero ma fragrante, che aveva assaggiato la sera precedente.
« Dovrai abituarti a usare la cucina anche quando non ci sarò io. lo non vivo qui. Vado e vengo. »
« Chi cucina per il signor Whitehead quando non c'è lei? »
« Gli piace fare da solo ogni tanto. Ma dovrai dargli una mano. »
« So far bollire l'acqua a malapena. »
« Imparerai. » Si voltò a guardarlo in faccia, tenendo in mano un uovo. Era più vecchia di quanto aveva pensato inizialmente: forse cinquant'anni. « Non preoccupartene », proseguì. « Hai fame? » chiese poi.
« Da morire. »
« Ti avevo lasciato un piatto freddo ieri sera. »
« Mi sono addormentato. »
La donna ruppe un uovo nella padella e riprese a dire: « Il signor Whitehead non ha gusti strani, a parte le fragole. Non pretenderà nessun soufflé, non ti preoccupare. Molte cose sono conservate nel freezer dietro quella porta: devi solo scartare gli involucri e mettere il tutto nel forno a microonde ».
Marty cominciò a esaminare la cucina e le sue attrezzature: un mixer multiuso, un forno a microonde, un coltello elettrico. Dietro di lui, sulla parete, c'era una schiera di monitor televisivi. Non li aveva notati prima. Ma Pearl riprese a dargli ulteriori dettagli gastronomici prima che potesse chiedere informazioni al riguardo: « Spesso gli viene fame nel cuore della notte, almeno così diceva Nick. Ha orari piuttosto strani, sai ».
« Chi è Nick? »
« Era il tuo predecessore. Se n'è andato prima di Natale. Mi piaceva; ma Bill sostiene che aveva la mano svelta. »
« Capisco. »
Lei si strinse nelle spalle. « Eppure non si sarebbe mai potuto dire. Cioè... » Interruppe la frase a metà, morsicandosi quasi la lingua e cercò di nascondere il suo imbarazzo togliendo l'uovo dalla padella per posarlo sul piatto insieme con quello che già vi aveva posto. Finì Marty il pensiero per lei.
« Non sembrava un ladro; era questo che volevi dire? »
« Non proprio così », continuò lei portando il piatto dal fornello al tavolo. « Attento, il piatto è bollente. » Il viso aveva preso il colore dei capelli.
« Lascia perdere », le disse Marty.
« Mi piaceva Nick », continuò, « davvero tanto. Ho rotto un uovo. Mi dispiace. »
Marty osservò il piatto pieno. Il tuorlo stava inondando un pomodoro fritto.
« Va bene lo stesso », disse sinceramente e iniziò a mangiare. Pearl gli riempì di nuovo la tazza, ne preparò una anche per sé e si sedette vicino a lui.
« Bill parla molto bene di te », riprese.
« Non ero così sicuro che avrebbe scelto me. »
« Oh, sì », ribatté la donna, « io sì. In parte grazie alla tua boxe, naturalmente. Anche lui una volta era un professionista. »
« Davvero? »
« Pensavo che te l'avesse detto. È stato trent'anni fa. Prima di venire a lavorare per il signor Whitehead. Vuoi qualche toast? »
« Se ne è rimasto qualcuno. »
Si alzò e andò a tagliare due fette di pane bianco e le fece scivolare nel tostapane. Ebbe un attimo di esitazione prima di tornare al tavolo. « Mi dispiace davvero », disse.
« Per l'uovo? »
« Per aver parlato di Nick e del fatto che rubava... »
« Te l'ho chiesto io », rispose Marty. « E poi hai tutti i diritti di essere prudente. Sono un ex carcerato. Anzi, nemmeno un ex. Potrei tornarci se faccio qualche sbaglio », odiava dover parlare in quel modo, era come se parlandone potesse realizzarsi veramente, « ma non ho intenzione di deludere il signor Toy. E nemmeno me stesso. Okay? »
Lei annuì, chiaramente sollevata che non ci fosse stata nessuna rottura fra di loro e tornò a sedersi per finire il caffè. « Non sei come Nick », affermò. « Questo posso già dirlo. »
« Aveva qualcosa di strano? » domandò Marty. « Occhi di vetro o qualcosa di simile? »
« Beh, non era... » si era già pentita di aver intavolato quel discorso. « Non importa », disse cercando di lasciar perdere.
« No. Continua. »
« Beh, credo che avesse dei debiti. »
Marty cercò di non far trasparire che il minimo interesse. Ma nei suoi occhi doveva essere passato qualche cosa, un lampo di paura, forse. Pearl fremette.
« Che tipo di debiti? » domandò lui a bassa voce.
I toast scattarono dal tostapane, richiamando l'attenzione di Pearl. Andò a prendere le fette e le riportò in tavola. « Scusa le mani », disse.
« Grazie. »
« Non so quanto dovesse in giro. »
« No, non volevo sapere quanto... ma a chi doveva dei soldi? »
Si chiese se stesse correndo il rischio di suonare un po' inquisitorio, e se lei si potesse accorgere dell'importanza di quella domanda dal modo in cui lui teneva la forchetta o dalla sua improvvisa perdita di appetito. Comunque, doveva chiederlo. La donna stette a pensare per un momento prima di rispondere. Lo fece a bassa voce, come le comari negli angoli delle strade: qualsiasi cosa dicesse in quel momento, doveva restare un segreto tra di loro.
« Veniva sempre qui, in qualsiasi ora della giornata, a fare delle telefonate: Mi diceva che doveva fare chiamate di lavoro - era uno stuntman, sai, o lo era stato -ma mi sono subito accorta che si trattava di scommesse. Credo che i debiti venissero da là. Dalle scommesse. »
Chissà come, ma Marty conosceva già quella risposta anche prima di sentirla. Ovviamente, questo implicava un'altra domanda: era solo una coincidenza che Whitehead avesse assunto due guardie del corpo con lo stesso vizio del gioco d'azzardo? Tutt'e due - almeno così sembrava - ladri per il proprio hobby? Toy non aveva dimostrato molto interesse per quell'aspetto della vita di Marty. Ma probabilmente tutti i fatti salienti erano riportati nella pratica che Somervale teneva sempre con sé: le relazioni degli psicologi, gli atti del processo, tutto ciò che Toy avrebbe avuto bisogno di sapere per capire il motivo per cui Marty era arrivato a rubare. Cercò di scrollarsi di dosso il disagio che provava. Che cosa diavolo poteva importargli? Era una storia vecchia; ormai era guarito.
« Hai finito di mangiare? »
« Sì, grazie. »
« Ancora del caffè? »